Gli Amici della
Scala raccontano...
il loro
lavoro
Maggio 2013
ACCADE AGLI AMICI
DELLA SCALA...
LA MUSICA
INCONTRA LA LETTERATURA: ALEXANDER RASKATOV E UMBERTO ECO
Lo scorso 4 aprile, alla vigilia dell'ultima
rappresentazione di Cuore di cane sul palco della Scala, il compositore
russo Alexander Raskatov ha incontrato nella nostra sede
Umberto Eco.
Reso possibile dagli Amici della Scala e dalla nostra
Presidente Anna Crespi, l'incontro si è rivelato come un prezioso dono per il
nostro amico Alexander: conoscere lo scrittore che più di tutti lo ha segnato e
ispirato nel corso della vita e dialogare con lui.
I due sono stati a lungo immersi in un’interessante
conversazione, che ha toccato tematiche musicali e letterarie, oltre che alcuni
aspetti delle loro rispettive vite.
Prima di congedarsi
si sono salutati con un abbraccio e la promessa di rivedersi. E chissà che non
possa un giorno nascere qualcosa...
OLTRE LA
PAURA AGLI AMICI DELLA SCALA
Riflettere sulla
criminalità e l’insicurezza, sulle violenze urbane, sull’odio razziale,
sull’inciviltà e il controllo dello spazio, sul carcere e la salute
mentale.
Per andare oltre le paure sociali grazie a una politica di sicurezza
democratica.
Il 10 aprile nella nostra sede si
è parlato di criminalità, delle paure della società moderna, ma anche di come
affrontarle e provare a spingersi “oltre la paura”.
Adolfo Ceretti,
professore ordinario di Criminologia nell’Università di Milano-Bicocca,
coordinatore di numerosi progetti di mediazione reo-vittima in Italia, e Roberto
Cornelli, professore aggregato di Criminologia nella stessa università, hanno
dialogato sui temi del loro libro, dal titolo Oltre la paura, edito da
Feltrinelli e da poco uscito nelle librerie.
Alla presenza di numerosi
ospiti, nostri soci, accademici e personalità del mondo della cultura e della
musica, a dialogare assieme agli autori era presente anche Giovanni Chiodi,
professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno nell’Università
di Milano-Bicocca, dov’è responsabile del progetto di ricerca “Polizia,
magistratura e prova nel processo penale italiano dall’Unità al fascismo.
Dibattiti, strategie e pratiche”, e critico musicale dei periodici “Classic
Voice” e “Classic Voice Opera”.
Tre voci autorevoli per un tema di stretta
attualità.
La presentazione, a pochi giorni
da quella ufficiale tenutasi con un enorme riscontro di pubblico alla Fondazione
Feltrinelli – dove a parlarne c’erano Gad Lerner, Livia Pomodoro e il sindaco
Giuliano Pisapia –, si è rivelata estremamente interessante e magnetica, merito
sia dei temi trattati che delle personalità dei due autori e del professor
Chiodi.
Di notevole spessore anche gli interventi del pubblico a margine
della presentazione, dove si sono trattati temi importanti come la violenza
sulle donne, la possibilità di gestire e formare il proprio pensiero, la
libertà.
Proseguono le
interviste. In occasione della presentazione del libro, il Professor
Adolfo Ceretti ha dialogato con la nostra Presidente.
Sei un ribelle?
Senz’altro.
Cosa intendi per ribelle?
La cosa che mi affligge di più nella mia vita quotidiana è osservare un
pensiero condiviso che si conforma a una maggioranza che non sa pensare, ma
pensa di poter governare. Dalla scuole elementari, fino a oggi, ho sempre fatto
fatica a uniformarmi a un pensiero già preconfezionato e che mi aleggiava
attorno. Ho sempre fatto fatica a scendere a compromessi.
Gli psicologi sociali sostengono che in un gruppo ci sono sempre le
figure di un capo, di un subordinato e di un “rompiscatole”. Io ho sempre preso
il ruolo di quest’ultimo; mi sento sempre un provocatore che cerca di smuovere
al cambiamento.
Il bambino fino agli 8 anni si forma. Tu da quando sei
ribelle?
Il
primo ricordo che ho, molto lucido, di ribellione è di quando ero in terza
elementare. Prima non era mai accaduto: ho avuto un’educazione molto severa.
Sono stato educato da una Fräulein tedesca
e non c’erano molti margini per ribellarsi o non essere omologhi al polso di
ferro di questa signora che passava con me tutti i pomeriggi. Non sono mai
andato all’asilo. La Fräulein stava
con me e con mia sorella tutto il pomeriggio; ci faceva giocare, ci raccontava
storie da istitutrice. “Disciplina” era la parola che più apparteneva al suo
linguaggio. Insegnava a obbedire e a rispettare le regole.
Perchè ti sei ribellato in terza elementare?
Avevo una maestra molto intelligente ed estremamente capace di ascoltare
gli alunni. Ma a scuola ho vissuto situazioni di piccole ingiustizie. Ho un
ricordo precisissimo di come lei dividesse la classe in due. Da una parte
c’erano i “figli di nessuno” lasciati soli a se stessi, e dall’altra c’erano i
borghesi, i benestanti. Questo mi ha fin da subito colpito. Aveva atteggiamenti
un po’… classisti. Non era punitiva, era fortemente giudicante e usava parole
stigmatizzanti nei confronti dei più svantaggiati. Ho imparato fin da bambino
che le parole possono ferire molto.
C’è un
momento in cui un bambino può all’improvviso avere una rivelazione, ad esempio
la fede. Tu hai avuto come rivelazione di te stesso la ribellione: cercavi il
bene dove credevi che ci fosse il male. Hai sempre avuto un forte sentimento di
giustizia?
Queste tensioni morali le ho avute da sempre. Mia madre, più che mio
padre, e gli zii, Carlo e Luigi Pestalozza, Luciana Abbado, mi hanno fatto
crescere favorendo in me la nascita di ragionamenti morali. Sia io, sia mia
sorella, i miei cugini, ci siamo tutti dedicati a lavori artistici, di
insegnamento o culturali.
Potete continuare a leggere l'intervista nel nostro blog.
GIUSEPPE
VERDI 1813-2013
4 INCONTRI ALLA GAM
Mercoledì 29
maggio - IV e ultimo incontro
Sala da Ballo -
GAM
Organizzato da
Amici della GAM in collaborazione con gli Amici della Scala
Con moltissima
passione. Ritratto di Giuseppe Verdi.
di Raffaele
Mellace
Carocci
Editore
con Raffaele
Mellace, Fabrizio Della Seta
Il 29 maggio si
terrà l'ultimo incontro di questo ciclo, che ha visto nei precedenti
appuntamenti un interessato e folto pubblico gremire le splendide sale di Villa
Reale.
Vi regaliamo, grazie alla gentile collaborazione di Giancarla Elena
Moscatelli, il racconto del secondo incontro, quando lo scorso 20 febbraio
Angelo Foletto e Fernando Mazzocca hanno tenuto una lezione su "Verdi e gli
amici artisti".
Verdi e gli
amici artisti
(Hayez, Manzoni, Maffei, Gemito, Duprè, Boldini)
con Angelo Foletto, Fernando Mazzocca
Galleria di Arte Moderna, Sala del
Parnaso, 20 febbraio 2013, Milano
Cosa amava Verdi al
di là della musica? Villa Sant’Agata è un posto importante per capire il
rapporto di Verdi con le arti. Lui leggeva molto, aveva molte opere d’arte che,
per sua espressa volontà, sono state donate e sono tornate a Milano nella Casa
di Riposo da lui fondata.
Leggendo le sue lettere, i
suoi interlocutori sono, oltre agli impresari e a Ricordi e Boito, letterati e
intellettuali (cfr. il carteggio con la Maffei che, anche se interrotto
dall’allontanamento di Verdi da Milano, continua per interposta persona).
Il
mondo dell’arte è sempre stato vicino a Verdi, gli artisti rappresentavano bene
la sua teatralità, un esempio ne è Duprè.
Il mondo di Verdi parte dal
salotto Maffei dove, oltre ad amici e patrioti, gravitano anche i più importanti
artisti dell’epoca. Uno di essi era Pompeo Marchesi, scultore, che compare nelle
lettere di Verdi per interposta persona tramite Escudier, editore parigino,
contatto artistico di Verdi che ne diventa anche, in parte, un fiduciario.
Escudier è a Milano nel 1845 e Verdi lo accompagna nel laboratorio di Marchesi,
che spesso donava alcune sue piccole statue ai visitatori più illustri.
Verdi
ci teneva moltissimo a portare i suoi amici presso gli artisti che frequentava e
questo suo interesse per l’arte, dal 1847, diventa, di fatto, una ricerca.
Durante la permanenza a Firenze del compositore, Duprè fa in modo di fargli
pervenire un biglietto per poterlo incontrare e, grazie ad Andrea Maffei, inizia
questa amicizia che coinvolgerà anche il pittore Piatti, i patrioti Manara e
Giusti, che conoscerà tramite una lettera di Manzoni. Questo gruppo di amici
avrà come scopo proprio quello di andare alla ricerca delle cose più raffinate
prodotte dal mondo delle arti visive.
Verdi
collezionista e i suoi rapporti con i pittori.
La collezione di quadri di Verdi è fatta in gran
parte di dipinti commissionati. In ogni caso Verdi ha avuto con gli artisti
svariati contatti e con alcuni di essi un rapporto particolare su tre livelli.
Il primo, quello della committenza, per formare la collezione di Sant’Agata
della quale molte opere le lascerà in eredità alla Casa di Riposo. Il secondo è
quello del ritratto, ormai è un personaggio famoso e ha piacere di avere dei
ritratti, e il terzo è quello del contraltare pittorico alla parabola artistica
verdiana.
Il melodramma affonda le radici nella letteratura, quindi ci sono
coincidenze tra il romanzo storico e il melodramma. Il romanzo storico, però,
oggi viene letto solo dagli addetti ai lavori, mentre la pittura storica è
ancora apprezzata e apprezzabile, soprattutto quella di Hayez, considerato quasi
un alter ego di Verdi anche se appartengono a due generazioni differenti. Hayez
ha frequentato Bellini, Rossini e Donizetti che cita nelle sue memorie dove,
peraltro, non compare il nome di Verdi. È una specie di “padre della patria” del
ritratto, ma nei suoi lavori non c’è il ritratto di Verdi.
La pittura
storica, a sua volta, è considerata parallela al melodramma di Verdi, perché, ad
esempio Hayez, ha trattato molti soggetti che sono stati oggetto delle opere del
compositore. I suoi quadri hanno quindi la teatralità del melodramma, ma sono
stati dipinti prima che Verdi scrivesse. Chissà, forse Verdi ha tratto
ispirazione dai suoi quadri, ci sono diverse lettere tra Hayez e Verdi, ma non
si parla mai di arte in maniera particolare o approfondita, dato che non avevano
una grande confidenza e, in più, Hayez, faceva parte della commissione scenica
del Teatro alla Scala con il quale Verdi non era più in rapporti
sereni.
Altro pittore
legato al mondo Verdiano è Morelli. È un contemporaneo di Verdi e ciò ha
facilitato l’amicizia, comprovata da un lungo epistolario. Si sono conosciuti a
Napoli, nel 1858, in occasione della rappresentazione di Un Ballo in
Maschera e l’incontro è avvenuto tramite Vincenzo Torelli. Morelli è
sollecitato da Torelli a presentare a Verdi due bozzetti per I Due
Foscari, per fargli notare come sia stato affascinato dalle sue opere.
Verdi li vede, ma questi bozzetti rimangono tali, anche se saranno molto
discussi nelle varie lettere tra il compositore e Morelli, assieme alle passioni
comuni per Byron e Shakespeare. Nel 1863 Verdi è a Napoli per l’Aida e
ordina a Morelli un grande quadro e attraverso di lui entra in contatto con
Vincenzo Gemito uno scultore che, in quel momento aveva un po’ di problemi
economici. Verdi allora gli commissiona un ritratto, che viene eseguito in
terracotta e in bronzo e diventerà, in queste due varianti, la scultura più
diffusa dell’immagine di Verdi prima del famoso ritratto di Boldini.
Morelli
dipinge anche un quadro di ispirazione evangelica, Gli ossessi, che
attualmente è custodito nella Casa di Riposo, e lo dona a Verdi che lo ringrazia
con parole commosse. Non è un quadro realistico, ma visionario, quasi
simbolista. L’epistolario con Morelli, ad un certo punto, si dirada e la loro
amicizia si allenta. Ci rimangono però le lettere con i consigli per i costumi
dell’Otello e i relativi bozzetti che, però, non diventeranno mai
quadri. L’Otello ha costituito un momento di riavvicinamento fra i due
durante il quale Verdi ha sollecitato Morelli a dipingere “per la gente
comune”.
Altro artista con cui Verdi
ha avuto contatti è stato lo scultore Luccardi, con il quale ha tenuto anche un
epistolario. Con questi artisti il compositore tiene rapporti per avere
consigli, ma sono anche occasioni per scambi di confidenze. Luccardi, in
particolare, era un confidente con cui parlare di politica come faceva con
Morosini e Arrivabene. Con lui discute del Risorgimento e dell’Unità d’Italia
con una schiettezza notevole, perché lo considera un uomo di ampie vedute. Si
ricorda il viaggio compiuto da Luccardi a Roma per vedere il quadro relativo
all’incontro tra il Papa e Attila per conto di Verdi, che voleva riprodurre con
il massimo realismo la scena nella sua opera.
In Verdi c’è sempre attenzione
a ciò che veniva rappresentato attraverso le arti e ciò è stato la premessa per
concretizzare tanti rapporti nascenti, come quello con Gemito, che ha creato la
scultura delle mani del compositore.
Altro incontro è quello con Palizzi,
autore minore che ha disegnato la cornice di un quadro, ma soprattutto ha fatto
il ritratto di Lulù, il cane di Verdi.
Infine Boldini: le immagini di Verdi
più belle sono le sue. È un artista più giovane di Verdi e si è stabilito a
Parigi dove ha avuto un enorme successo. E’ anche un discreto cantante e si
esibisce volentieri per gli amici. E’ un grande ritrattista e ha avuto la
fortuna di frequentare Muzio, l’unico allievo di Verdi, del quale ha fatto un
ritratto che ricorda molto lo stile di Dégas.
Grazie a Muzio si conquista
la fiducia di Verdi che gli concede diverse pose per un ritratto ufficiale.
Quando fu terminato, questo ritratto, Boldrini non era molto soddisfatto perché
lo considerava troppo ufficiale, troppo rigido, somigliante ad un ritratto che
Hayez fece a Manzoni. Bisogna ricordare un piccolo aneddoto che ha portato poi
all’icona verdiana per eccellenza. Durante le sedute per questo ritratto era
spesso presente anche Giuseppina, che amava molto chiaccherare a lungo generando
un certo malumore nel pittore. Un giorno Verdi si presentò senza di lei e
Boldini, presi i pastelli, in circa tre ore, disegnò il famoso ritratto del
compositore con la sciarpa bianca al collo e il cappello a cilindro. Un’immagine
molto moderna e sbarazzina che Boldini non vorrà mai cedere, salvo accontentare
una principessa di Savoia che lo vorrà per la Galleria d’Arte di Roma, dove
tuttora è custodito.
Icona nel mondo per
eccellenza, criticato aspramente da Palazzeschi nel 1931 alla morte del Boldini,
non sapremo mai se Verdi apprezzò questo ritratto.
Per celebrare l'anniversario
verdiano, abbiamo digitalizzato e caricato nella nostra pagina YouTube il
ciclo di lezioni tenute da Angelo Foletto su Giuseppe
Verdi agli Amici della Scala. L'anno era il 2001, il luogo
la nostra sede di allora in Corso Venezia.
Il ciclo dal titolo "Verdi e il
suo tempo. Una storia in molti atti", consultabile nella sua versione integrale,
si compone di sette lezioni-incontro, in ognuna delle quali il professor
Foletto approfondisce diversi aspetti della vita, artistica e non solo, del
compositore di Busseto.
LE INTERVISTE DI
ANNA CRESPI MORBIO...
CESARE
MAZZONIS
Amico di lunga data
degli Amici della Scala, Cesare Mazzonis è stato intervistato
dalla nostra Presidente Anna Crespi. L’occasione è stata offerta dalla
presentazione del suo libro Ragnatele sul nulla. Di tale presentazione
– avvenuta nella nostra sede lo scorso 7 febbraio – i nostri lettori possono
trovare notizia nel blog della nostra
Associazione.
Mi pare di
scoprire sempre nuove cose di te.
Il libretto che hai scritto per
Cuore di cane è per me una rivelazione.
Mi era già capitato di
scrivere libretti per il teatro di prosa, questo è il mio primo libretto per
l’opera.
Ho scritto due libretti per Luca Ronconi. Uno era una lunghissima
pièce teatrale che durava 9 ore: una traduzione da Arno Holz, intitolata
Ignorabimus; l’altra era Il bosco degli spiriti per inaugurare
un piccolo teatro in Umbria, tre anni fa.
Per Federico Tiezzi ho tradotto
l’Antigone di Brecht.
Ho anche scritto e pubblicato due romanzi con
Einaudi, uno con Feltrinelli, un libro di racconti, un piccolo libro di saggi
musicali.
Hai origini
torinesi. Anche i tuoi genitori erano interessati di musica?
Mia
nonna, la madre di mia madre, discendeva dai conti Radicati di Marmorito di
Passerano, imparentati con Schumann.
In casa si sentiva e suonava musica.
Entrambi i miei genitori suonavano il pianoforte.
Che studi
hai fatto?
Ho studiato in Italia e poi dalla fine del ‘48 in
Argentina, dove mi sono trasferito con la famiglia. A Buenos Aires mi sono
laureato in Fisica e Chimica. Studiavo musica privatamente. Poi mi sono
trasferito a Londra per 4 anni per studiare musica.
Il tuo
percorso musicale era segnato fin dall’infanzia?
Sì, il mio gusto si
è formato da quando ero bambino.
Quando eri
direttore artistico cercavi musicisti, decidevi le opere,
..?
Decidevo il programma e a chi affidarlo.
Si decideva chi
erano il direttore, i cantanti, lo scenografo: è il normale mestiere del
direttore artistico.
All’interno
del tuo lavoro sono nate amicizie?
Ho amicizie durature, anche con
molti artisti.
Sono grande amico di Zubin Metha, sono molto legato a Seiji
Ozawa; avevo un ottimo rapporto con Leonard Bernstein, con Carlos Kleiber di cui
conservo ancora le lettere; sono stato amico e collaboratore per lunghi anni di
Claudio Abbado, un po’ meno di anni di Riccardo Muti; poi sono molto affezionato
e grande amico di Luca Ronconi.
Potete continuare a leggere l'intervista nel nostro blog.
MATTEO
COLLURA
Anna
Crespi intervista Matteo Collura, giornalista, storico e
scrittore. Siciliano di nascita si trasferisce a Milano per lavoro. È il
biografo di Leonardo Sciascia. È amico degli Amici della Scala.
È appena
uscito il tuo libro Sicilia. La Fabbrica del Mito; tu sei siciliano, ma
vivi a Milano. Questo ti ha cambiato il carattere?
Vivo a Milano da
trentacinque anni; se si parte dal luogo dove si nasce entro i sedici anni si
cambia, non solo nella parlata, ma anche nel modo di pensare. Io sono partito
dalla Sicilia ben oltre i sedici anni, quindi sono rimasto quello che ero. Da
Milano ho potuto guardare alla Sicilia da un punto di vista ottimale: la
distanza giusta per osservare e giudicare ciò che accade. La Sicilia è
considerata una metafora dell’Italia e del mondo; pare sia un laboratorio ideale
dove sperimentare le formule politiche che poi serviranno al paese
intero.
Sei
andato subito a lavorare al Corriere della Sera?
Arrivato a
Milano sono subito approdato al Corriere. Era il più grande giornale italiano.
Nell’ambiente giornalistico circolava una battuta, ora non più attuale: “I
giornalisti italiani si dividono in due categorie: chi lavora al Corriere della
Sera e chi vorrebbe lavorarci”. La Repubblica era nata da cinque anni,
le altre realtà giornalistiche erano marginali rispetto al Corriere,
che all’estero rappresentava il nostro Paese.
Il Corriere
era un mito?
Per noi giornalisti lo era.
È ancora un
mito?
Oggi, l’accesso all’informazione generalizzata dovuta a
internet ha dato uno scossone al mito dell’informazione: oggi ognuno può
comunicare, dire la sua, trovare le informazioni. Il computer ha cambiato la
nostra vita. Giornali come il Corriere e Repubblica
selezionano le informazioni, nel pc invece si trova di tutto. Le nuove
generazioni non comprano i quotidiani per apprendere le notizie; hanno altre
fonti.
Cos’è per te
il mito?
È ciò che serve a spiegare quello che non possiamo capire.
La Bibbia si fonda su una serie di miti per spiegare eventi che non possiamo
capire.
Per leggere l'intervista integrale andate nel nostro
blog.
I NOSTRI
AMICI
XXXII PREMIO
DELLA CRITICA MUSICALE “FRANCO ABBIATI”
Gli Amici della
Scala hanno avuto il piacere di ospitare anche quest'anno la giuria del Premio
Abbiati, prestigioso riconoscimento conferito dall'Associazione nazionale
critici musicali ai protagonisti della vita artistico/musicale in Italia,
suddivisi in varie categorie.
Nella nostra sede si è riunita la giuria,
presieduta dal Professor Angelo Foletto, Presidente dell'Ancm, per deliberare i
vincitori per la Stagione 2012.
La premiazione del XXXII Premio della Critica
Musicale si terrà domenica 26 maggio al Teatro Donizetti di Bergamo.
Di
seguito i vincitori:
SPETTACOLO: Lohengrin di Richard Wagner
(Milano, Teatro alla Scala), direttore Daniel Barenboim, regia Claus Guth, scene
e costumi Christian Schmidt, luci Olaf Winter.
Per la verità
interpretativa di un allestimento scenico poeticamente profondo e minuzioso,
radicato nella cultura del romanticismo seppure affidato a immagini moderne, a
partire dalla figura antierorica del protagonista, l’eccezionale Jonas Kaufmann,
che si armonizzava alla lettura musicale di finezza e spessore assoluti,
potenziando un progetto artistico di straordinaria resa complessiva.
PREMIO
“PIERO FARULLI”: Trio Armellini-Marzadori.
Leonora Armellini,
pianoforte. Laura Marzadori, violino. Ludovico Armellini,
violoncello.
NOVITÀ
ASSOLUTA: Mare metallico di Giovanni Tamborrino (Taranto,
Orchestra della Magna Grecia).
Per l'originalità e
l'autenticità di una scrittura che trae alimento dalle risorse
timbrico-percussive dei più svariati strumenti, tradizionali e "inventati", e
per la compenetrazione di tali "oggetti sonori", frutto di una lunga e
sistematica ricerca, entro cornici formali di rara immediatezza e forte
comunicatività.
DIRETTORE: Fabio Luisi.
Presenza importante
nelle stagioni sinfoniche del Maggio Musicale fiorentino e della Filarmonica
della Scala, il maestro genovese raggiunge esiti ragguardevoli in Roméo
et Juliette di Gounod (Genova, Teatro Carlo Felice) e Manon di
Massenet (Milano, Teatro alla Scala), dove al rifinito lavoro con l’orchestra
scaligera unisce la capacità di accostarsi all’opera con piena consapevolezza
stilistica, restituendole passo fantasioso e avvincente ritmo teatrale secondo
lo spirito autenticamente comique della partitura.
REGIA: Leo Muscato.
Con tre spettacoli
molto diversi, si è imposto con mano competente, originale e poetica: in
Bohème a Macerata (Sferisterio Festival) ha colpito per la tenuta del
linguaggio drammaturgico pucciniano, spostato nel clima giovane e fiducioso del
Sessantotto parigino; in La fuga in maschera, rarità di Spontini (Jesi
Festival Pergolesi Spontini) ha giocato con leggerezza nel clima della commedia
buffa; in Nabucco (Cagliari, Teatro Lirico) ha inventato con mezzi
essenziali la tinta corale del dramma di Verdi.
SCENE: Sergio Tramonti.
In simbiosi con la
vocazione antirealistica del regista Pippo Delbono, colloca Cavalleria
rusticana (Napoli, Teatro San Carlo) negli spazi vuoti e ombrosi di un
palazzo d'epoca abbandonato talvolta inondato dalla luce radente che entra dalle
ampie finestre, creando con perfetta sinergia tra spazio, colori e luci
un'ambientazione sognante e onirica che supera il bozzettismo della tradizione e
offre una visione d’opera aperta sulla modernità.
COSTUMI: Gianluca Falaschi.
Per Ciro in
Babilonia di Rossini (Pesaro, Rof, regia Davide Livermore, scene Nicolas
Bovey) ha realizzato con estrosa fantasia costumi e trucchi in bianco e nero
modellati sullo stile degli abiti Anni Venti, influenzati anche da richiami al
primo cinema muto e al figurativismo dell'antica cultura
assiro-babilonese.
SOLISTA: Duo Leonidas Kavakos-Enrico Pace.
Per la realizzazione
dell’integrale sonatistico beethoveniano (Società del Quartetto di Milano e
Amici della musica di Firenze) dove il segno violinistico di Kavakos, nella sua
vocazione a trascendere la dimensione strumentale e puramente virtuosistica per
decantare il discorso in pura evocazione sonora si salda in strettissima unità
con la visione di Enrico Pace, interprete di forte impronta nell’orientare il
suo straordinario bagaglio alla ricerca di quella espressività racchiusa nelle
dieci Sonate.
CANTANTI:
Evelyn
Herlitzius.
Per la straordinaria
caratterizzazione di Ortrud nel Lohengrin (Milano, Scala), nella quale
ha dimostrato di sposare totalmente l'idea drammaturgica di Claus Guth e Ronny
Dietrich che la vuole "cattiva maestra di pianoforte" e, più ancora, algida
aberrazione della figura materna. La Herlitzius tratteggia la Grafin von
Telramund con vocalità impetuosa, modernissima eppure sempre attenta a non
tradire il dettato wagneriano, accompagnando il canto con sontuosa e
coinvolgente presenza scenica.
Gregory
Kunde.
Interprete
privilegiato di numerosi ed importanti titoli rossiniani, tra cui
Otello, Gregory Kunde, unico tenore dall’Ottocento ad oggi, ha
affrontato e risolto con eccellenti risultati anche l’omonima opera di Verdi,
cantata alla Fenice di Venezia, senza dimenticare il contributo dato
all’interpretazione della produzione verdiana con il Riccardo di Un ballo in
maschera al Teatro Regio di Torino.
INIZIATIVA: “L.T.L. (Laboratorio Toscano per la
Lirica)-Opera Studio” (Pisa, Lucca, Livorno).
Per il suo essersi posto
dal 2001 ad oggi come iniziativa di riferimento territoriale nello sviluppo,
produzione e promozione dell'opera in un'ottica di costante ricerca tra
repertorio e titoli meno frequentati, l'attenzione ai giovani ed il contenimento
dei costi senza venire meno alla qualità.
PREMIO
SPECIALE: Benito Lenori.
Per la ricostruzione
dell’allestimento scenico di Josef Svoboda di Macbeth di Verdi,
realizzata con perizia, tecniche e materiali moderni, adatti alle nuove
apparecchiature di proiezione e di illuminazione: esemplare esempio di restauro
teatrale finalizzato al recupero d’una testimonianza scenica storica altrimenti
perduta, e commisurato alle dimensioni e alla dotazione dei palcoscenici dei
teatri di tradizione.
PREMIO
“FILIPPO SIEBANECK”: “All you need is X-Music”, Amici della
Musica di Mestre.
Il progetto ideato e
organizzato dagli studenti dell'Università Ca' Foscari di Venezia, dei Licei
Giordano Bruno e Franchetti di Mestre, Marco Polo di Venezia, del Conservatorio
Benedetto Marcello di Venezia, e coordinato da Mario Brunello, che dà la
possibilità di essere protagonisti sul palco dei singoli eventi, ma anche di
pensare, gestire, promuovere l'intera rassegna.
FRATELLI
ALINARI - FONDAZIONE PER LA STORIA DELLA FOTOGRAFIA
La Fratelli
Alinari è la più antica azienda al mondo operante nel campo
dell’immagine e della comunicazione. Venne fondata nel 1852 a Firenze dai
fratelli Leopoldo, Romualdo e Giuseppe Alinari e in 160 anni si è affermata come
una delle maggiori firme nel campo della fotografia. La sua storia è legata alla
nascita e all’evolversi di questo mezzo, si tratta di un legame stretto
testimoniato da un patrimonio che si va sempre di più ampliando e da un costante
impegno nel campo della comunicazione per immagini.
Oggi gli archivi della
Fratelli Alinari e le collezioni del Museo di Storia della Fotografia, nato nel
1985, custodiscono un patrimonio prezioso che interessa non solo la storia degli
Alinari fotografi ma tutta la fotografia italiana e internazionale dal XIX
secolo fino ai nostri giorni. Ci sono opere realizzate dai più grandi fotografi
dell’Ottocento e del Novecento sia italiani che stranieri: una
collezione che conta 5.500.000 originali tra negativi bn e colore su vari
supporti, dalle antiche lastre ai moderni fotocolors, album originali e positivi
in tiratura d'epoca come negativi calotipi, dagherrotipi, stampe su carta
salata, all’albumina, al bromuro, etc.
Alle stampe fotografiche e ai
negativi si aggiungono, poi, le raccolte di macchine fotografiche, pubblicità,
documenti e oggetti correlati alla fotografia e che di diritto devono essere
considerati come pezzi integranti della sua storia. È parte del patrimonio anche
una biblioteca specializzata in Storia della Fotografia che conserva oltre
20.000 volumi dedicati al settore: dai primi resoconti sulla nuova invenzione di
Daguerre ai più noti manuali di tecnica del XIX secolo, dalle riviste
fotografiche europee e internazionali ai più recenti cataloghi internazionali.
Nel loro complesso le collezioni Alinari testimoniano l’opera e l’evoluzione
artistica e tecnica della fotografia.
Da questo costante impegno e
da questa passione, nel 1998, è nata la Fratelli Alinari Fondazione per
la Storia della Fotografia che ha l’obiettivo di tutelare, promuovere e
valorizzare tutto ciò che è riferito all’ambito della fotografia e alla sua
storia.
La Fondazione svolge, in questo senso, varie attività. Tra i suoi
interessi principali c’è la gestione del programma espositivo e delle attività
scientifiche e formative del MNAF, Museo Nazionale Alinari
della Fotografia, oltre che la realizzazione di progetti espositivi in
collaborazione con le più importanti istituzioni internazionali sia in Italia
che all’estero. Negli ultimi mesi, ad esempio, ha curato, in collaborazione con
l’Atelier Doisneau, la grande mostra “Paris en liberté” dedicata a Robert
Doisneau che è stata ospitata a Roma al Palazzo delle Esposizioni e che è stata
visitabile fino al 5 maggio a Milano allo Spazio Oberdan. La mostra fa parte di
un ciclo di esposizioni che legano la Fondazione alla Ville de Paris, per
portare, nei prossimi mesi in Italia, i grandi maestri della fotografia
francese.
La Fondazione è molto
impegnata anche nella formazione. Organizza seminari e workshop di interesse sia
storico che contemporaneo, sull’arte, sulla tecnica, sulle tematiche
semiologiche e critiche inerenti alla produzione fotografica e si occupa della
digitalizzazione e catalogazione di archivi fotografici. Dal 1996 con l'Opificio delle Pietre Dure ha
istituito, inoltre, il Laboratorio di Restauro della Fotografia
che si pone come qualificato centro di riferimento nazionale
per tutto ciò che riguarda la conservazione e il restauro di materiali
fotografici.
MNAF. Museo
Nazionale Alinari della Fotografia
Inaugurato
nell’ottobre 2006, il MNAF si trova all’interno del quattrocentesco edificio
detto ‘delle Leopoldine’ in Piazza Santa Maria Novella nel cuore di Firenze. Si
divide in due aree: una dedicata alla collezione permanente con i Maestri
dell’XIX e XX secolo - dai fratelli Beato ai
Wulz, da Henri Cartier Bresson a
Robert Capa, a Diane Arbus e altri - che
espone rare fotografie originali, negativi d’epoca, album e preziosi apparecchi
fotografici e una che ospita le mostre temporanee dedicate sia alla fotografia
storica che contemporanea.
Visitando il MNAF si ha la
possibilità di compiere un percorso attraverso la storia della
fotografia a partire dal 1839, anno in cui furono realizzati i primi
dagherrotipi, fino alle immagini digitali contemporanee approfondendo le sue
diverse declinazioni sia estetiche che tecniche.
All’interno del museo, inoltre,
l’Unione Italiana Ciechi e la Stamperia Braille della Regione Toscana hanno
collaborato con la Fondazione Alinari alla realizzazione di un percorso
specializzato che rende il museo accessibile anche al pubblico non vedente.
Si tratta del Museo Tattile, un percorso costituito da 20 fotografie e
oggetti riprodotti a rilievo e accompagnati da tavole illustrative in braille.
Il Museo Tattile permette ai visitatori di seguire le principali fasi della
storia della fotografia e di conoscere, attraverso il tatto, alcuni dei più
significativi fotografi e delle immagini esposte nel museo.
Nelle sue sale espositive,
invece, il MNAF ospita adesso un’importante mostra sul fotografo
americano Joel-Peter Witkin, “Il Maestro dei suoi Maestri”
(di cui abbiamo parlato nel nostro blog), visitabile fino al 24 giugno e, a
seguire, un’esposizione dedicata a Maria Orioli.
Nel corso
degli anni la programmazione del museo è stata molto ricca e differenziata.
Ampio spazio è stato dato sia alla fotografia contemporanea, con fotografi come
Brian Duffy e Adi Nes, che ai grandi maestri
come Walker Evans o ai rapporti tra fotografia e arti visive,
come per le esposizioni dedicate ai Macchiaioli e al Futurismo.
Il Museo ha portato avanti
importanti collaborazioni come con la Collezione Bouqueret in occasione della
mostra “Parigi capitale della fotografia, 1920-1940” o con i Rencontres d’Arles
per “Gli Archivi Alinari e la sintassi del mondo. Omaggio a Italo Calvino”.
L’intento è sempre stato quello di rivolgersi ad un pubblico ampio, non solo di
appassionati e specialisti, e di far emergere la fotografia in tutti i suoi
aspetti come uno dei mezzi più affascinanti per raccontare la realtà e il
mondo.
MUST-ALINARI
Nella sede storica
dello stabilimento Alinari, dove tuttora si trovano le collezioni e gli uffici,
si può visitare anche il MUST-ALINARI.
Il Museo Storico
Alinari dà la possibilità di vedere alcuni ambienti dello stabilimento, in
particolare: l’insieme degli Archivi Storici; la lastroteca dove sono conservati
i negativi su vetro prodotti fin dal 1863; la Stamperia d’Arte nella quale,
utilizzando macchinari storici, si continua la tradizione della stampa in
collotipia; le attrezzature e gli ambienti nei quali ancora oggi si eseguono
stampe fotografiche dai negativi originali e i documenti relativi alla storia
degli Alinari.
In occasione della visita si può entrare, inoltre, nelle sale
di conservazione delle Raccolte Museali Fratelli Alinari dove si trovano i
materiali fotografici originali che costituiscono una collezione unica sulla
storia della fotografia internazionale.
Per maggiori informazioni, http://www.alinarifondazione.it/
"PRIMA DELLE PRIME"
DEL TEATRO ALLA SCALA e DEGLI AMICI DELLA
SCALA
GÖTTERDÄMMERUNG
Giovedì 9 maggio, ore
18
Teatro alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Götterdämmerung di Richard
Wagner
Nell’incontro "Il crollo del Walhalla" con ascolti, ne parla
Franco Serpa, germanista e professore nell'Università di
Trieste e accademco di Santa Cecilia.
Götterdämmerung, direttore Daniel
Barenboim, regista Guy Cassiers, sarà
in scena dal 18 maggio al 7 giugno.
SUL PALCO DELLA SCALA
OBERTO CONTE DI SAN BONIFACIO
Prima opera ufficiale nel
catalogo verdiano, Oberto conte di San Bonifacio su
libretto di Antonio Piazza e Temistocle Solera, rappresentato alla Scala il 17
novembre 1839 (che pare abbia avuto un precedente abbozzo in Rochester nel ’36),
è stato oggetto a “Prima delle prime” di una articolata presentazione di Alberto
Rizzuti dal titolo, “L’esordio: un dramma a personaggi, La giovinezza (Verdi
1813-1840)", al pianoforte e con ascolti. Come ha rilevato Rizzuti, l’opera
pur presto relegata nell’ombra dalla produzione di Verdi successiva, solo di
recente, e a ragione, è stata nuovamente ripresa in considerazione.
Il musicologo e studioso verdiano
Alberto Rizzuti, docente di Storia della civiltà musicale nell’Università di
Torino risponde per voi alle nostre domande:
Su Oberto pesa
un giudizio severo dallo stesso Verdi, espresso nel 1889, quando si parlava di
celebrare il cinquantesimo anniversario della prima rappresentazione dell’opera.
Ne fu impedita addirittura la riesumazione. Così Verdi in una lettera a Boito:
“Figuratevi se il nostro pubblico, con tendenze tanto diverse
di quelle di 50 anni fa, potrebbe avere la pazienza di ascoltare i due lunghi
atti dell’Oberto”.
Cosa può aver indotto
Verdi a condannare, dopo 50 anni di musica, la sua prima opera? non certo
soltanto la sua lunghezza…
No, certo; o meglio, non solo la
lunghezza cronometrica. Il problema è la densità, ovvero la concentrazione
dell'azione nei singoli numeri. L'opera andò in scena nel 1839, ma la sua
gestazione era cominciata qualche anno prima, al culmine dell'era belcantistica.
E nulla è più lontano dell'estetica belcantistica dal modo di comporre, ovvero
di concepire il dramma, di Verdi. Si dice che il vero Verdi comincia con
Nabucco, ma forse è più vero che comincia con Ernani, la prima
opera su cui egli poté esercitare un controllo globale, dalla concezione
drammaturgica alla redazione del libretto, dall'individuazione (di una parte)
dei cantanti alla composizione della musica.
Nella stagione scaligera
in parte dedicata a Verdi sono compresi i due estremi Oberto e
Falstaff capolavoro della maturità. Oberto, opera prima nella
quale sono intuibili certamente influenze rossiniane e donizettiane, mostra già
qualcosa, un carattere, un accento nuovo? Insomma Verdi è già
Verdi?
Difficile dire. Sottoposta in modo anonimo all'attenzione di
cento ascoltatori non solo odierni, l'opera sarebbe riconosciuta come verdiana
solo da una sparuta minoranza. Nondimeno, tutti hanno imparato il mestiere dai
predecessori, e Verdi lo ha fatto non senza difficoltà; il suo maestro, Lavigna,
non era un operista di prima grandezza; quando lui arrivò a Milano, Rossini e
Bellini erano lontani, dunque le loro opere potevano essere sì viste in teatro,
ma studiate solo attraverso le edizioni a stampa; le quali circolavano, è bene
ricordarlo, solo in riduzioni pianistiche. Dunque, per un aspetto fondamentale
come l'orchestrazione Verdi dovette fare essenzialmente da solo, anche perché da
quella di maestri come Donizetti, Pacini o Mercadante, che viceversa ebbe modo
di conoscere personalmente, non avrebbe avuto granché da imparare.
Nel nostro canale YouTube potete
trovare degli estratti video della conferenza Prima delle
prime dello scorso 5 aprile.
GISELLE
Fino al 4 maggio il Balletto
della Scala riporta in scena Giselle, indimenticabile coreografia
di Coralli-Perrot nella ripresa di Yvette Chauviré, che proprio con la
raffinatezza della sua interpretazione del ruolo di Giselle ha consegnato la sua
fama al mondo. Giselle continua ad affascinare il pubblico, a commuoverlo con la
sua storia delicata, a coinvolgerlo grazie alla tecnica e alla sensibilità
dell’interpretazione dei protagonisti, in ruoli davvero esemplari del repertorio
accademico.
Durante "Prima delle prime" dello
scorso 24 aprile Alfio Agostini ha parlato al pubblico di quello che
probabilmente è "il balletto più famoso del mondo". Oggi forse la moda del
"Lago" gli insidia questo primato, ma Giselle resta il titolo più noto
e significativo del balletto propriamente romantico, fatto di ballerine in tutù
lungo, di atmosfere lunari e stregate e al tempo stesso di passioni umane forti
e toccanti. Capolavoro del Romanticismo in danza, Giselle nasce
tuttavia dalla maturazione della tecnica detta "classica" compiuta all'inizio
dell'Ottocento e resta un paradigma e un ruolo irrinunciabile per tutte le più
grandi ballerine "classiche".
GÖTTERDÄMMERUNG
Il vocabolo tedesco
Götterdämmerung deriva dal norvegese antico Ragnarök, termine che nella
mitologia scandinava faceva riferimento alla distruzione degli dei in una epica
battaglia contro le forze del male, preceduta da un inverno lungo tre anni e da
un profondo decadimento morale, che si conclude con la fine del mondo. Lo stesso
termine tedesco è sporadicamente usato oggi nella lingua inglese per indicare
una disastrosa conclusione degli eventi. Nel clima culturale ottocentesco, con
il Romanticismo che diffonde l’esigenza di riscoprire le radici della civiltà
nazionale scegliendo spesso come tema privilegiato saghe e leggende, Wagner
nutre un profondo interesse per la mitologia nordica in cui la componente di
spicco è proprio la ricca invenzione di episodi e personaggi fantastici,
inseriti in un contesto in cui la magia è predominante. Nella composizione del
ciclo del Ring, Wagner fa riferimento soprattutto alle opere di
maggiore influenza nella mitologia nordica: il Nibelungenlied, il
Volsungasaga, e ai due cicli dell’Edda poetica e dell’Edda
in prosa, tutte composte tra il X e il XIII sec. Dei quattro libretti della
Tetralogia, quello della Götterdämmerung, che rappresenta la terza e
ultima giornata del ciclo del Ring, è quello che Wagner scrisse per
primo, nel 1848, attingendo profondamente dalle opere sopra citate e condensando
i suoi studi sulle saghe del mito dei nibelunghi.
GLI AMICI DELLA SCALA SUL
WEB
Gli Amici della Scala hanno ampliato e continuano a potenziare e
migliorare la loro presenza su Internet.
È on-line inoltre il sito
degli Amici della Scala, invitiamo tutti a visitarlo: www.amicidellascala.it
Milano, 07/05/2013
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ARCHIVIO NEWSLETTER
- aprile 2013
I PERSONAGGI AGLI
AMICI DELLA SCALA
ALEXANDER RASKATOV è intervistato nella nostra
sede
È venuto a trovarci nella nostra sede Alexander Raskatov per donarci una
sua intervista
Lei è originario di Mosca?
Sono nato a Mosca il
giorno dei funerali di Stalin, fortunatamente o sfortunatamente: il 9 marzo
1953. Lo stesso giorno si celebravano anche i funerali di Sergej Prokof’ev.
Pensi: mi hanno raccontato che in quelle ora era impossibile comprare fiori,
perchè erano stati tutti venduti per il funerale di Stalin. Gli amici di
Prokof’ev si videro costretti a portare quelli che tenevano nelle loro case:
gerani, cactus…
Adesso non vivo più a Mosca. Ho lasciato la mia città natale
nel 1994. Prima sono andato a lavorare in Germania, invitato da Andreij
Valkonski, che aveva sentito la mia musica. Ora vivo a Parigi.
Cosa le hanno raccontato di quel giorno?
È stato un
momento speciale, difficile. Mio padre era chirurgo e lavorava in un ospedale:
quel giorno gli arrivò l’ordine di sgomberare l’ospedale perchè si aspettavano
molto feriti, schiacciati dalla folla che partecipava al funerale di Stalin. Mio
padre mi ha raccontato che in ospedale è arrivata solo una persona ferita:
migliaia sono morti in strada, uccisi dalla calca, in un punto dove il percorso
si stringeva e non c’era via di scampo. Si dice che Stalin fosse una persona
così cattiva che riuscì a portare con sé altri morti, il giorno del suo
funerale.
Il giorno in cui è nato sono stati dunque celebrati sia i
funerali di Stalin sia quelli di Prokof’ev. Ritiene che questo sia stato un
fatto simbolico per la Sua vita?
Sono sicuro che non succede mai
niente per caso. Facciamo tante cose seguendo il nostro istinto e le intuizioni.
Quando già ero via da Mosca io e mia moglie abbiamo visto assieme un film
documentario sui funerali di Stalin. Mia moglie mi ha detto: “Adesso ho capito
perchè hai questo carattere speciale!”
Com’è il Suo carattere?
Mi risulta difficile
descrivere me stesso. Sono preoccupato, ansioso; per me è difficile
rilassarmi.
A che età ha iniziato a capire la musica?
Quando
avevo 5 anni mi hanno regalato della musica registrata. Lo creda: stavo da solo
in camera facendo finta di essere un direttore d’orchestra. A 6 anni conoscevo
già a memoria le musiche e i concerti di Bach, di Mozart. Non leggevo le note,
ma con la memoria ricordavo tutto. Prima ancora di scrivere la musica, amavo
ascoltarla e mi prendeva in modo così forte che a volte piangevo. Alla radio
ascoltavamo sempre musica classica. Ho studiato pianoforte, senza pensare che
sarei diventato un compositore... (continua)
Per leggere l'intervista integrale clicca qui
15 FEBBRAIO 2013, UN PREMIO:
EXCELLENT
Lo scorso 15 febbraio si è tenuta, nella splendida cornice
dell'Hotel Principe di Savoia, la cerimonia di assegnazione del Premio
Excellent, promosso da Communication Agency di Mario
Mancini, che premia per tradizione i protagonisti dell’industria
turistico-alberghiera italiana e personalità di spicco del mondo culturale,
istituzionale e imprenditoriale, impegnate nella valorizzazione del made in
Italy.
Il Premio, "considerato, ormai per antonomasia, il più
autorevole riconoscimento, l’Oscar italiano, assegnato nell’ambito del turismo",
e che ha come Presidente della Giuria l'On. Ombretta Fumagalli Carulli, è andato
nel corso degli anni a personalità quali ad esempio Gilberto Benetton, Evelina
Christillin, Joaquin Navarro Valls, Santo Versace, Umberto Veronesi, Ferruccio
De Bortoli.
Nell'ambito dell'edizione del 2013, alla nostra Presidente
Anna Crespi Morbio è stato assegnato all'unanimità il riconoscimento speciale
Excellent. Questa la motivazione ufficiale: "Con gli Amici della Scala Anna
Crespi Morbio dà prezioso sostegno non solo alla più importante istituzione
culturale di Milano, ma anche allo sviluppo della vita artistica e intellettuale
della città".
Una grande soddisfazione per gli
Amici della Scala e per la nostra Presidente.
LE NOSTRE
INTERVISTE
ENRICO
GIRARDI
Anna
Crespi ha intervistato Enrico Girardi, critico musicale del
"Corriere della Sera" e docente all'Università Cattolica di Milano. Ha
raccontato un po' di lui e del suo rapporto con la musica.
Quando hai iniziato a studiare musica?
Ho studiato
musica fin da piccolo, perché era abitudine di famiglia; andavo ai concerti e
alla Scala. Da subito mi sono innamorato in maniera totale ed esclusiva della
musica e ho capito immediatamente che era la cosa che più di ogni altra mi
interessava. Verso la musica ho indirizzato le mie energie, ho continuato
l’università con un dottorato in musicologia.
Perché ti piace la musica?
C’è stata una immediata
corrispondenza emotiva: la passione di tipo "fisico" è precedente allo studio.
Ascoltavo tutti i dischi possibili, andavo a tutti i concerti, con una voracità
disordinata, ma senza riserve. Prima di tutto è un fatto di totale
corrispondenza; solo dopo è diventato un fatto di cultura ed
educazione.
Questa corrispondenza è un dono raro?
L’istintività
di questa corrispondenza è un dono, così lo è una certa capacità di capirla, di
coglierla: fin da piccolo riconoscevo le tonalità di ogni brano che ascoltavo.
Tante persone hanno il dono della musica, ma non basta, bisogna coltivarlo;
molti non sono consapevoli di possederlo perché non hanno alle proprie spalle un
contesto culturale o una famiglia che lo favorisca.
Una persona può essere inconsapevole di questa
forza?
Tanta gente scopre a una certa età cosa lo appassiona
veramente, ma ormai è troppo tardi per poter dedicare a essa tutto il tempo che
richiede.
Se ti capitasse di diventare sordo cosa ne sarebbe di
te?
All’inizio ascoltavo tutto, mi interessava tutto. Era una
passione onnivora e disordinata. Con il passare degli anni mi accorgo che
ascolto sempre meno. Quando l’ascolto è consapevole, è una pratica anche
faticosa, stanca; per questo cerco di selezionare sempre poche cose, ma che mi
interessano veramente. Sarebbe orribile rimanere sordi, ma a questo punto della
vita non sarebbe una tragedia.
Per leggere l'intervista integrale
clicca qui
Enrico
Girardi è anche il promotore di un ciclo di 4 lezioni su
Wagner, in occasione delle celebrazioni del bicentenario, alla
Fondazione Ambrosianeum.
Questo il programma:
- 10
aprile 2013 ore 19: Introduzione a Das Rheingold ("L'oro del
Reno")
- 17
aprile 2013 ore 19: Introduzione a Die Walküre ("La
Valchiria")
- 8
maggio 2013 ore 19: Introduzione a Siegfried ("Sigfrido")
- 15
maggio 2013 ore 19: Introduzione a Götterdämmerung ("Il crepuscolo
degli dèi")
Per
maggiori informazioni potete visitare il sito della Fondazione
Ambrosianeum.
UMBERTO PAOLUCCI
intervistato nella nostra
sede
Intervista a Umberto Paolucci, pioniere di Microsoft in Italia. Dopo
essere stato incaricato direttamente da Bill Gates nel 1985 di aprire la prima
filiale italiana, è divenuto poi vice presidente di Microsoft Corporation e
Senior Chairman di Microsoft Europa, Medio Oriente e Africa. Ha inoltre
ricoperto la carica di Presidente dell’American Chamber of Commerce in Italia, e
dell'ENIT, l'Agenzia Italiana per il Turismo. È inoltre consigliere di
amministrazione di Geox SpA, Coesia SpA, Banca Profilo SpA, Aeffe SpA, Pirelli
SpA..
Come ha cominciato?
Ho cominciato in una società
importante nel 1971, la Hewlett Packard, e mi occupavo di software, di
programmazione, pur essendo laureato in ingegneria elettrotecnica. La mia laurea
non aveva a che vedere nulla con il software, che a quei tempi non era oggetto
di studi universitari. Ma provavo e volevo far parte di questo mondo, che è sì
un mondo di logica, ma anche di astrazione, di creatività. Mentre il mondo delle
macchine, dell’elettricità, per il quale avevo studiato, è un mondo più
definito, chiuso. Lo spazio di libertà di pensiero che si può applicare allo
sviluppo software mi ha affascinato e ho iniziato a lavorare nel settore. La mia
prima esperienza è stata in una società americana. E da allora ho lavorato 40 e
passa anni nel software.
A me sembra che hai due anime. Parti dalla razionalità e dalla
logica, per arrivare all’astrazione e alla creatività, pur mantenendo la parte
razionale. Questo ti rende un uomo completo. Come è stato il percorso per unire
questi due aspetti apparentemente contrapposti? Sono rimaste delle
contraddizioni o è stato facile?
Nulla è mai facile. La mia
vocazione, l’ispirazione principale non è mai venuta dalle "questioni tecniche",
ma sempre dagli elementi che appartengono più strettamente alla dimensione
dell’uomo. Mi sono sempre visto come un umanista nonostante facessi l’ingegnere.
I ponti così come i software, li fanno gli uomini. Io ho sempre mirato e sono
sempre stato interessato agli uomini che c’erano dietro piuttosto che ai singoli
tralicci del ponte. Se avessi dovuto scegliere puramente in base alle mie
passioni, avrei sicuramente scelto di studiare lettere, non ingegneria. Ma ho
deciso di fare ingegneria per senso di disciplina, per poter garantire un futuro
migliore alla la mia futura famiglia, cosa che vedevo più difficile diventando
professore. Non dovrei dirlo, ma sin dal liceo ero in classe sempre il migliore;
ero affascinato dalla filosofia e da quel mondo. Avevo nove. Invece nelle
materie tecniche e scientifiche ero bravo, ma solo per senso del dovere, non per
vocazione. Perché mi impegnavo. Al liceo riuscivo bene anche per questo, per
l’impegno. Non era la mia vocazione ma senso del dovere. Fosse stato per me
avrei scritto solo temi e studiato sempre filosofia e storia
Quindi ingegneria ti ha creato delle radici concrete. Se non
avessi fatto ingegneria, saresti riuscito in tutto questo?
No,
sicuramente no. Non credo proprio, perlomeno non in Microsoft. Mi sarebbe
piaciuto anche fare il medico, perche mio padre era medico. Quando dovevo
scegliere la facoltà, mio fratello, di 12 anni più grande di me, era già
professore universitario. Pediatra, è stato un grande medico e un grande
scienziato. Un grande uomo, presidente della Società Italiana di Pediatria,
fondatore dell’oncologia pediatrica. Pensavo quindi che non potevo mettermi a
rincorrere mio fratello che era già così bravo e in vantaggio. E allora non ho
scelto medicina ma ingegneria.
Quello che hai fatto che impatto ha avuto su di
te?
Prima di Microsoft ho lavorato in un’azienda americana che era
all’avanguardia nel software, con sede in California. Poi in Microsoft ho avuto
la fortuna di entrare in una società che è diventata rapidamente il numero 1 al
mondo. Quando sono entrato negli anni ‘80 erano 1000 persone, quando sono
andato, due anni fa, erano più di centomila nel mondo.
L’incontro con Bill
Gates è stata anche un’intesa umana, non solo lavorativa. Bill ha undici anni
meno di me.
Cosa ha visto in te Bill Gates?
Si dovrebbe chiederlo
a lui. Ma penso che abbia visto una persona affidabile… In 25 anni in Microsoft,
con crescenti responsabilità, sin da quando sono entrato come responsabile solo
della filiale italiana, non ho mai mancato gli obiettivi. Li ho sempre
raggiunti. Cosa non da poco. Tutti i paesi di cui ero responsabile facevano
quello che dovevano fare. Ho sempre raggiunto gli obiettivi che mi davano. In
un’azienda gli obiettivi e i traguardi sono molto sofisticati, non si tratta
solo del fatturato, ma anche della crescita umana e professionale delle persone;
ci sono tanti obiettivi e diversi tra loro. Ero una persona
affidabile
E tutte queste cose ti hanno aiutato a diventare
completo?
Mi hanno aiutato soprattutto a far crescere molte persone,
che lavoravano con me. E non c’è niente che può farti crescere di più che
aiutare i giovani a crescere. E io l’ho fatto per tanti anni. Mi ha aiutato. E
mi ha aiutato anche a rimaner giovane. Ero in contatto con delle persone giovani
e di talento, perché arrivavano persone di talento, o le assumevo scegliendole
io. Quelle a cui facevo da mentore, le facevo crescere velocemente. Imparavo io
da loro e loro imparavano da me. Questa è stata la cosa più bella. Quando sono
venuto via, pochi mesi prima, una delle mie ragazze che ho fatto crescere, che
prima era responsabile della filiale Australiana, è diventata responsabile di
tutta l’area del Pacifico e Far East. Un terzo di mondo. È una ragazza che mi
chiamava quando aveva un problema, in ogni momento da qualsiasi parte del mondo.
Ha avuto e ha una responsabilità incredibile. A 45-46 anni è diventata
vicepresidente, pur continuando a far la mamma.
Lavoravi meglio con gli uomini o con le donne?
Con
entrambi. Mi comportavo diversamente a seconda delle persone, ma avevo
sicuramente soddisfazione con tutti.
Le tue responsabilità erano internazionali...
La cosa
più bella è che avevo a che fare con culture diverse. Ho tirato su un ragazzo
che era il capo per Israele, uno per il Brasile, un altro per l’Arabia Saudita.
Poi Norvegia, Danimarca, Austria, Grecia... Li selezionavo e li facevo crescere.
Quando si diventa Amministratore Delegato o responsabile di una filiale, non
è un punto di arrivo, ma un punto di partenza per responsabilità più grandi.
Bill Gates, è più giovane di te, sceglie te come amico che sei 11
anni più grande. Lui ha fatto crescere te o tu hai fatto crescere
lui?
Beh lui non è una persona misurabile con parametri normali. Lui
è un gigante. Io lavoravo con lui quando doveva ancora compiere 30 anni. Ricordo
la sua festa per i 30 anni a Seattle. Ma è sempre stato un gigante.
Anche io
gli ho sicuramente dato diverse cose, ma ero io a imparare da lui.
Pensa che
ho fatto fare l’analisi della sua calligrafia, senza rivelare il suo nome, quasi
per scherzo. Queste analisi le facevo fare prima di assumere dirigenti, per
vedere se erano adatti al ruolo. Dalle analisi era emerso che era una persona
fuori da ogni misura e metro, gigante, ingestibile, una forza della natura. Solo
dalla calligrafia. E mi hanno consigliato di non assumerlo per non mettermi in
casa una bomba atomica. "Ma che lavoro vuoi fargli fare? La responsabilità di
una nazione? Ma non puoi, è come mettere in una casa minuscola un gigante, non
c’entra…"
Come persona, dal punto di vista emozionale, che effetto ti ha
fatto lavorare vicino a un "gigante"?
Bill è un uomo straordinario
che entra nella storia. Io ero già una persona molto disciplinata. Avevo la
cultura del fare e del farlo bene; sono caratteristiche che mi appartenevano già
ma sono cresciute. E lui era molto rigoroso e durissimo. Se sbagliavi ti dava
delle bacchettate terrificanti. A me ha bacchettato una volta sola. Ma poi mi ha
chiesto scusa. Mi ha ripreso perché non ero riuscito a concludere una trattativa
con la Olivetti. Voleva assolutamente che la concludessi. Poi l’ho conclusa e si
è scusato. Con me è sempre stato molto gentile e un caro amico. Lo è anche ora.
Ha cambiato la mia vita, gli voglio bene.
Ti ha fatto anche da padre? Tuo padre che faceva?
No
quello no. Mio padre era pediatra. Esercitava la professione, mentre mio
fratello aveva percorso la carriera universitaria. Mio padre era molto serio e
impegnato. Non aveva amici, solo famiglia e lavoro. Anche lui aveva iniziato la
carriera universitaria, poi ha conosciuto mia mamma che gli ha chiesto di andare
a stare a Cattolica, troncando la sua carriera universitaria. Ha lavorato
sempre, fino a 86 anni, ma senza avere amici. Perché l’amicizia nasce dalla
capacità di dialogare, di trovare persone con interessi comuni. E’ mancato a 94
anni, dopo 64 anni di matrimonio e 70 di professione medica. Ha curato 3
generazioni di bambini, tutti gli volevano bene.
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GIOVANNA BEMPORAD
18 marzo 2013 Biblioteca Sormani, Sala Grechetto
Durante la manifestazione organizzata dalla'Associazione Archivio
Dedalus, in occasione della presentazione del carteggio inedito di Giovanna
Bemporad, Anna Crespi è stata invitata a parlare della loro amicizia.
Giovanna Bemporad è in prima fila tra gli autori di riferimento nella
tradizionbe letteraria italiana. Ci ha lasciato oltre a un suo corpus di opere
poetiche le splendide versioni di Eneide e Odissea.
LA NOSTRA
AMICIZIA CON LE ISTITUZIONI
PINACOTECA
DI BRERA
È
terminata lo scorso mese la mostra che la Pinacoteca di Brera ha dedicato al più
antico mazzo di tarocchi italiano completo (che è anche il più antico esistente
al mondo), noto come mazzo Sola Busca dai nomi dei precedenti
possessori. Il prezioso e importantissimo mazzo è stato acquistato nel 2009 dal
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che ha esercitato il diritto di
prelazione, e l’ha destinato alla Pinacoteca di Brera.
A
questo proposito, dall’esaustivo materiale ufficiale di presentazione della
mostra è possibile ricavare molte informazioni: "Anzitutto è il più antico mazzo
completo, composto da ben 78 carte, 22 'trionfi' e 56 carte dei quattro semi
tradizionali italiani (denari, spade, bastoni e coppe). Si tratta di stampe su
carta da incisioni a bulino, montate anticamente su cartoncino, che sono poi
state miniate a colori e oro. In secondo luogo, l’iconografia dei 'trionfi' si
discosta da quella più tradizionale dei mazzi quattrocenteschi, una sequenza che
dal 'Bagatto' arrivava fino al 'Mondo' e al 'Giudizio Universale' ('Angelo'), in
una sorta di percorso di elevazione del giocatore dalle condizioni più legate
alla terra fino a Dio. Nei tarocchi Sola Busca, invece, i 'trionfi'
ospitano una serie di figure di guerrieri dell’antichità romana (in molti casi
legati alla saga di 'Mario'), ovvero eroi della storia biblica, legandosi in
qualche modo alla tradizione degli Uomini illustri proposti come
exempla da imitare, che affondava le sue radici nella cultura medievale, da
Petrarca a Boccaccio, utilizzati come fonti da molti artisti…".
Noi Amici della Scala abbiamo dedicato un omaggio alla straordinaria
esposizione, che vuole essere anche omaggio alla Pinacoteca di Brera e alla e
sua Soprintendente e Direttore Sandrina Bandera, a cui va il nostro sentito
ringraziamento.
Questo il link per poter vedere il video.
"PRIMA DELLE PRIME"
DEL TEATRO ALLA SCALA e DEGLI AMICI DELLA
SCALA
OBERTO
CONTE DI SAN BONIFACIO
Venerdì 5 aprile, ore 18
Teatro alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Oberto conte di San Bonifacio di
Giuseppe Verdi
Nell’incontro
"L'esordio un dramma a personaggi. La giovinezza (Verdi 1813-1840)" con
ascolti e intermezzi al pianoforte, ne parlerà Alberto Rizzuti,
docente di Storia della civiltà musicale nell'Università di
Torino.
Oberto
conte di San Bonifacio, direttore Riccardo Frizza,
regista Mario Martone, sarà in scena dal 17
aprile al 14 maggio.
GISELLE
Mercoledì 24 aprile, ore 17
Teatro alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Giselle di Jean Coralli-Jules
Pennaut
Giselle, nella ripresa coreografica di Yvette Chauviré dalla coreografia originale di Jean
Coralli-Jules Perrot sarà in scena dal 26 aprile al 4
maggio.
SUL PALCO DELLA SCALA
MACBETH
Presentato al Teatro
della Pergola di Firenze nel 1847, il Macbeth di Giuseppe Verdi, su
libretto di Francesco Maria Piave con interventi di Andrea Maffei, è la prima
concretizzazione del duraturo confronto di Verdi con il teatro di Shakespeare.
Daniele Carnini, nella bella presentazione dell’opera agli Amici della Scala dal
titolo "A preferenza delle altre mie opere. Voci dal Macbeth. Gli
ultimi anni di galera (Verdi 1847-1850)", con ascolti, ha evidenziato
quanto il Macbeth sia innovativo non solo per il genere fantastico, ma
per altri tratti distintivi quali la supremazia data al coro femminile, l’uso
della fantasmagoria e l’accuratezza di un sorprendente décor.
Macbeth, direttore Valery Gergiev
(28 marzo; 2, 4, 7, 9 aprile), e Pier Giorgio Morandi (13, 16, 18, 21 aprile),
regista Giorgio Barberio Corsetti, è in scena alla Scala fino al 21
aprile.
Abbiamo rivolto due
brevi domande al maestro Daniele Carnini, docente di
musicologia all'Università La Sapienza di Roma, oratore che ne ha parlato
approfonditamente durante il "Prima delle prime" dedicato all'opera di Giuseppe
Verdi lo scorso 19 marzo.
Cosa
significa, quali novità apporta il Macbeth nel complesso della
produzione verdiana?
Macbeth è
un'opera programmaticamente nuova. Il titolo del mio intervento «A preferenza
delle altre mie opere» è tratto dalla dedica di Verdi a Barezzi. Questa
"preferenza" è vera, ed è dimostrabile.
Verdi desiderava scrivere
Macbeth, che, certo, restò in ballo con altri due soggetti per la
stagione della Pergola e furono le circostanze del teatro fiorentino ad essere
favorevoli a un'opera senza un tenore di prima sfera, e con grande intervento
delle macchine teatrali (la Pergola era un teatro "sperimentale", e Verdi aveva
seguito con particolare interesse la vicenda delle rappresentazioni
meyerbeeriane degli anni precedenti). Però possiamo affermare con una certa
sicurezza che Macbeth, Verdi, lo avrebbe scritto, prima o poi. E che nessuna
opera shakespeariana tra quelle verdiane sarà così fedele al dramma originario:
lettera e spirito. «Il soggetto è preso da una delle più grandi tragedie che
vanti il teatro e io ho cercato di farne estrarre tutte le posizioni con
fedeltà, di farlo verseggiare bene e di farne un tessuto nuovo e di fare della
musica attaccata, il più che poteva, alla parola ed alla posizione; ed io
desidero che questa mia idea la comprendano bene gli artisti, in somma desidero
che gli artisti servano meglio il poeta che il maestro.»
Un'opera senza
intreccio amoroso. Un'opera che abbonda in sovrannaturale (il coro delle streghe
e le apparizioni: «Insomma le cose da curare molto in quest’opera sono: Coro e
Machinismo», scrive Verdi).
Ma questa è solo la vernice. Macbeth è
sconvolgente perché è un dramma psicologico sull'uomo e sul potere. Da Macbeth
in poi, ogni opera sarà per Verdi un modo di comunicare la propria visione del
mondo. Senza proclami alla Wagner, e con un pessimismo che troverà poi nuovi
modi di esprimersi dopo gli avvenimenti del 1848.
Adesso si cerca sovente di
ricondurre lo straordinario all'ordinario, e dimostrare che (cosa peraltro per
molti aspetti vera) non esistono "scoperte", non ha senso l'arroganza del primus
ego. Ma Macbeth fu un'avventura tanto straordinaria che non fu appieno
capita.
E questo ci porta alla seconda domanda.
Per
quali ragioni Macbeth ha dovuto aspettare la metà del Novecento, più di
un secolo, per ritrovare il successo iniziale?
La versione
1847 circolò moltissimo ma non ebbe lo stesso successo dei Nabucco,
Lombardi, per non parlare delle opere da Rigoletto in poi.
Ricordando che delle opere sino a Rigoletto pochissime entrarono nel
canone verdiano. La versione del 1865 fu un fiasco, e in Italia non circolò,
così come nessuna delle opere parigine di Verdi, anche le massime, poté avere
mai successo paragonabile a quelle italiane. Per pregiudizio e per oggettive
difficoltà.
Nella versione del 1865 le pagine vecchie e nuove coesistevano:
Macbeth ne risultava un'opera imperfetta (per inciso, sorte condivisa
da molte opere verdiane, che adesso amiamo forse più di quelle
"levigate").
Poi: Macbeth non è un'opera per virtuosi, o meglio, se
il virtuoso non è grande attore (cfr. le parole di Verdi sulla scena del
Sonnambulismo) non può riscuotere successo.
Infine, un'opera senza tenore e
con una parte importantissima per il coro, non fu sempre facile da proporre al
pubblico.
Nel corso del Novecento, epoca di registi e direttori d'orchestra,
la modernità della creazione verdiana fu afferrata e Macbeth fu,
appunto, riscoperto.
Ma già nel 1847 tutti i protagonisti erano sicuri della
novità dell'opera. Da Piave allo stesso Verdi.
Non si erano sbagliati.
GLI AMICI DELLA SCALA SUL WEB
Gli Amici della Scala hanno ampliato e continuano a potenziare e
migliorare la loro presenza su Internet.
Milano, 02/04/2013
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ARCHIVIO NEWSLETTER
- marzo 2013
"Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e
debolezza del mio corpo […] abbandono liberamente e spontaneamente il
pontificato, e rinuncio espressamente al trono, alle dignità dell’onore e
all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al Sacro Collegio dei
Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere secondo le leggi canoniche, di un
pastore la chiesa universale".
Celestino V - Bolla pontificia, Napoli, 13 Dicembre
1294
"Dopo aver ripetutamente esaminato
la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze,
per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il
ministero petrino [...] Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato
da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca
di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del
corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo
tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a
me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena
libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di
san Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che,
dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro,
sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per
l'elezione del nuovo Sommo Pontefice". Papa Benedetto XVI, Città del
Vaticano, 11 Febbraio 2013
LE NOSTRE
NOTIZIE
CESARE MAZZONIS E LE SUE RAGNATELE SUL
NULLA
Giovedì 7 febbraio, presso la sede degli Amici della Scala, è stato
presentato il libro Ragnatele sul nulla di Cesare Mazzonis.
Il
libro di Mazzonis, pubblicato dalla casa editrice Le Lettere, è un’opera
inusuale, ricca, densa, malinconica, post-moderna, che si potrebbe leggere come
la condizione dell’esistente attraverso le riflessioni
dell’intelletto.
L’autore si paragona all’insetto che imbastisce ragnatele,
cavando materia dal proprio interno e legandola agli appigli che lo circondano:
carpisce usi e costumi di letterature e miti per contrastare la morte; cerca di
fermare il tempo, come avviene a chi entra nella dimensione fiabesca o in quella
arcadica; sogna, attraverso vie strane e misteriose, il percorso verso
l’aldilà.
Concepito nel corso di tre decenni, Ragnatele sul nulla
rappresenta il teatro e il museo delle riflessioni di un grande intellettuale
cosmopolita e poliglotta. Per Mazzonis, direttore artistico
dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, direttore
artistico di fresca nomina della Accademia Filarmonica Romana,
già direttore artistico per 12 anni del Teatro alla Scala,
questo volume corrisponde alla volontà di ricostruire un ordine tra le nozioni
accumulate, per formare un corpo che non sia destinato, come quello umano, a
disperdersi.
Ad
affiancare l’autore in un appassionante dialogo erano presenti Piero Gelli e
Armando Torno.
Alla
manifestazione erano presenti molte personalità di spicco del mondo (e della
Milano) culturale e artistico, tra cui Sandrina Bandera,
Carlo Bertelli, Luigi Brioschi,
Roberto Calasso, Pier Angelo Carozzi,
Carlo Maria Cella, Filippo Crivelli, Oriella
Dorella, Inge Feltrinelli, Rocco
Filippini, Gastón Fournier-Facio, Carla
Fracci e Beppe Menegatti, Tomás
Maldonado, Nandi Ostali, Quirino
Principe, Luca Ronconi, Luciana
Savignano, Luisa Spinatelli.
LE NOSTRE
INTERVISTE
STEFANO
MAURI
La nostra Presidente
Anna Crespi ha realizzato una breve intervista all'editore Stefano
Mauri, presidente del Gruppo Editoriale Mauri
Spagnol, amministratore delegato di Longanesi & C.,
Garzanti Libri, Guanda, Corbaccio e R.L. Libri; vicepresidente di Messaggerie
Italiane, membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Arnoldo e
Alberto Mondadori.
Tu hai vissuto per gran parte della tua vita in un ambiente
editoriale. Quanto tale elemento ti ha influenzato
professionalmente?
Sono nato nel 1961. Mio padre era un
imprenditore. Avevo 27 anni quando Mario Spagnol mi ha chiamato poiché era stata
pubblicata la mia tesi di laurea, una tesi che aveva come argomento i consumi
culturali e in particolare quello librario. Mio padre mi spronò a lavorare con
Mario Spagnol, che era sì un editore, ma anche un imprenditore molto autonomo.
Per la tua crescita professionale, quali figure hanno avuto un
ruolo importante?
Senza alcun dubbio mio zio, Valentino Bompiani,
indirettamente, in quanto è stato il primo maestro di Mario Spagnol dal quale ho
appreso le basi del lavoro editoriale.
Come scegli se pubblicare un libro?
Ogni libro da
pubblicare viene scelto attraverso fattori che poco hanno di schematico.
Nell’editoria c’è velocità e sorpresa, e un piccolo ma importante dettaglio può
costituire un fattore scatenante di successo e far diventare un libro un
best-seller.
Nella scelta conta di più la razionalità o
l’irrazionalità?
Entrambe hanno lo stesso peso. L’irrazionale e il
razionale sono contraddizioni da ricercare. Un dettaglio talvolta può divenire
più importante di una strategia. Questo toglie al nostro lavoro la noia.
Tuttavia il fatto che la fortuna giochi un ruolo fondamentale non deve essere
una scusa per non estendere il raziocinio, la raccolta e l'analisi dei dati
disponibili, ovunque sia possibile.
La nuova politica, le future elezioni ti fanno
paura?
No, in linea di massima. L’editoria è legata a quello che
accade. Qualche volta tuttavia la paura è inevitabile. Ma anche in questi casi
alla paura ci si abitua, perché si assimila, si cronicizza e non si sente più.
Ti piace il cinema?
Moltissimo.
C’è analogia tra il film e il libro come montaggio o racconto?
No, il film ha una natura diversa da quella del libro. Un film
lavora per scene, un libro ha più libertà.
Cosa ne pensi degli e-book?
Sono una importante e
necessaria innovazione, tuttavia in tutto il mondo i lettori preferiscono ancora
la carta.
Per scegliere gli scrittori dai importanza al fattore
età?
No, assolutamente. Ma non posso evitare di pensare che prima
dei 30 anni raramente si diventa scrittori; manca l’esperienza di vita. Quello
letterario non è un genio precoce.
I NOSTRI AMICI
GLI AMICI
DEL LOGGIONE
"Il mio ricordo
più intenso è quando i miei genitori mi hanno portato alla Scala per la prima
volta: era il 1948 e avevo 12 anni. Sono entrato nel Loggione, ho guardato
dall’alto il teatro e ho avuto subito una forte commozione. Mi ha comunicato
immediatamente il calore e l’odore della musica, ho percepito l’aura del
passato. Non è uno scherzo pensare che da lì siano passati Verdi,
Rossini..."
Per
l’amicizia fraterna che ci lega agli Amici del
Loggione, in occasione del 40° anno di vita
dell'Associazione, Anna Crespi, Presidente degli Amici della Scala, ha
intervistato il loro Presidente Gino Vezzini.
Come definirebbe il loggionista?
Il loggionista deve
essere in grado di capire e apprezzare l’opera nella sua trasformazione
studiando in particolar modo il suo sviluppo in questi ultimi anni e prendendo
atto del cambiamento registico.
Qual è la più grande passione degli Amici del Loggione?
È il canto, inteso non solamente come l’emissione di una nota, di
un suono, ma è una cosa complessa: è la partecipazione con la voce a quanto c’è
scritto nel testo teatrale.
Può descriverci alcuni dei compiti della vostra
associazione?
Uno dei nostri compiti istituzionali è quello di
aumentare il numero di spettatori, pretendere la qualità.
Organizziamo molte
iniziative a beneficio del pubblico più giovane, non solo verso l’opera lirica.
Il nostro panorama di attenzione e di critica è dilatato verso le forme musicali
che sono anche la musica sinfonica e da camera, il
balletto.
Quali sono le iniziative per il pubblico più
giovane?
Nell’ambito della nostra programmazione abbiamo diverse
iniziative, che vanno dal concerto dedicato ai giovani a incontri specifici e
mirati, soprattutto sulla storia della Scala, che non molti
conoscono.
Riuscite a coinvolgere anche le
scuole?
Abbiamo promosso iniziative con le scuole, ma è canale di
difficile gestione.
Che tipo di incontri organizzate?
Organizziamo
incontri con musicologi, cantanti, rivolti in modo particolare i ragazzi delle
scuole medie. Sono utili e producono effetti positivi soprattutto quando c’è
l’incontro con gli artisti e con gli operatori; le domande che rivolgono
dimostrano il loro interesse e la visione totale del loro rapporto con la
musica.
Organizzate anche concerti con i più giovani?
Sabato
19 gennaio abbiamo fatto un concerto con 11 giovani strumentisti. Ogni anno
organizziamo circa 2 o 3 concerti, dove ospitiamo una decina di ragazzi dai 7 ai
14 anni che sono già strumentisti eccellenti e alcuni hanno già vinto concorsi.
Il pubblico che trovano non è solo quello composto dai loro parenti e amici, ma
è costituito anche dal pubblico degli Amici del Loggione e la sala è sempre
gremita. Ogni 15 giorni, poi, organizziamo concerti con i giovani appena
diplomati al Conservatorio, che hanno già vinto qualche premio e sono
protagonisti eccellenti.
Dove si tengono i concerti e gli incontri?
Nella
nostra sede, che da sempre si trova in via Silvio Pellico, dove abbiamo a
disposizione 150 posti e un eccellente pianoforte.
per continuare la lettura cliccare
qui
LUCA
RONCONI
Luca Ronconi
compie 80 anni, e noi gli facciamo gli auguri.
Luca è così grande
che è difficile comprendere pienamente tutto ciò che ci propone nella sua arte.
È difficile,
forse impossibile.
Ma la sua semplicità
di grande artista ci regala la reciproca empatia, e noi allora possiamo
raggiungerlo e capire meglio noi stessi.
Tanti auguri
Maestro, tanti auguri Luca.
ITALO
GOMEZ
A proposito di Italo
Gomez… la Marsilio si appresta a pubblicare un libro dedicato al Maestro sul
periodo della sua direzione artistica a Venezia, quando dal 1979 al 1987 è
direttore artistico del Teatro La Fenice. Nello stesso periodo è stato anche
membro del Consiglio direttivo della Biennale di Venezia ed esperto
musicale per la Fondazione Levi di Venezia per gli studi
musicali.
Alla
Fenice ha dato vita ad una nuova attività manageriale del teatro, con iniziative
quali la creazione del Festival Danza Europa '81 e la costituzione
della Compagnia Teatrodanza La Fenice di Carolyn
Carlson, che ha svolto un’importante attività internazionale, formando
i coreografi italiani oggi più in vista. Ha programmato inoltre l’esecuzione
integrale dell'opera della grande coreografa di fama internazionale Pina
Bausch.
Italo è
stato tra i migliori ideatori musicali degli ultimi cinquant’anni.
Con la sua capacità
realizzativa e la sua fantasia, ha in più occasioni collaborato con gli Amici
della Scala in modo straordinario; di particolare intensità, ricordiamo
quando in occasione del Premio Mecenate 2001, ha ideato la drammaturgia
musicale Universo Mediterraneo: voci e suoni di mare, eseguita nella
basilica di San Marco a Milano. "[...]Suggestive drammaturgie, dove la parola e
conseguentemente la musica divengono parte integrante della pietra e del
mattone. Il luogo sacro è posto metaforicamente all'origine stessa del verbo che
viene annunciato attraverso il canto: non parola qualunque, ma parola di fede.
Allo stesso tempo la pietra è anche cassa di risonanza del messaggio, che
attraverso i secoli ginge a noi con forma immutata [...]" Nell'interno della
basilica, immersi in una splendida illuminazione celeste a memoria del mare, in
una atmosfera evocativa e di grande impatto, direttori e musicisti
internazionali eseguivano musiche della tradizione liturgica tra le più varie su
differenti temi liturgici (Dal cielo al Sinai; Lavori Mediterranei:
musiche gotiche francesi dall’isola di Cipro; Dall’Ufficio di S.
Anna; la tradizione liturgica delle benedettine di Santa Grata di
Bergamo; Dall’Ufficio di Sant’Ilarione; La tradizione
liturgica dei benedettini di S. Sisto in Piacenza; Launeddas, all’alba
dei suoni; Musica e memoria: la tradizione orale) e su testi degli
autori classici greci e medievali.
Il premio, sotto
l’alto patronato del Presidente della Repubblica e il patrocinio della
Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero per le Attività e i Beni
culturali, della Regione Lombardia e del Comune di Milano era stato assegnato a
Dolly Goulandris, grande mecenate greca.
Italo
Gomez è stato tra i primi a promuovere la divulgazione della musica
contemporanea in Italia fondando la Società Cameristica Italiana,
presente in tutti i più importanti festival europei. Nel campo della musica
orchestrale è stato il creatore del complesso Orchestra Michelangelo di
Firenze e successivamente dell’Orchestra Symphonia di Como in cui aveva
il ruolo di concertatore, svolgendo un’intensa attività concertistica in Europa,
America, Asia e Australia.
A
partire dal 1965, oltre all’attività strumentale, si è
dedicato all’organizzazione delle attività culturali a Firenze, e
successivamente a Como, fondando nel 1967 assieme a Gisella
Belgeri il Festival Internazionale Autunno Musicale a Como di
cui è da sempre Direttore artistico. Negli anni ha curato le programmazioni del
Festival, esplorando un vasto campo musicale, non solo nella musica colta, ma
anche nelle cosiddette musiche “alternative” e nella musica contemporanea,
creando una rete di programmi che si sviluppa a livello locale, nazionale ed
internazionale. Alla creazione della Fondazione Autunno Musicale a Como
(2001) gli venne conferito inoltre l’incarico di Sovrintendente del
Festival.
Al
Teatro alla Scala Italo Gomez aveva l’incarico di responsabile
dell'Organizzazione tecnico-artistica, come assistente diretto del Direttore
artistico Claudio Abbado, dando poi vita al progetto Milano
Lombardia Musica che associava il Teatro alla Scala all’Orchestra
RAI, l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali e il Circuito Lirico
Regionale, ideando il decentramento musicale a Milano.
Ha
lavorato con Luigi Nono, assieme al quale ha creato Venezia
Opera Prima '81-'82 che riuniva intorno a sé i compositori italiani oggi
più in vista, istituendo una serie di gemellaggi internazionali fra Venezia e
altre città in forma di reciprocità, creando il Festival Parigi a
Venezia e successivamente Venezia a Parigi, e New York a
Venezia.
GLI AMICI DELLA SCALA
PRESENTANO
PRIMA DELLE
PRIME CUORE DI CANE
Lunedì 11 marzo, ore 18
Teatro alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Cuore di cane di Alexander
Raskatov
Nell’incontro
“Lo stalinismo in caricatura” con proiezioni video, ne parlerà Cesare
Mazzonis, Direttore artistico Orchestra Nazionale Rai di
Torino, già Direttore artistico del Teatro alla Scala e del Maggio Musicale
Fiorentino. Parla correntemente 5 lingue. Ha collaborato con i più grandi
direttori d’orchestra, artisti e registi teatrali. Ha effettuato importanti
tournée in tutto il mondo, tra cui nell’ex URSS, Germania, e una di notevole
successo in Giappone; è stato il primo a eseguire la Turandot nella
Città Proibita a Pechino. È stato consulente artistico dell’Orchestra
Mozart diretta da Claudio Abbado. Scoperto da Italo
Calvino, è diventato un eccellente scrittore. Ha pubblicato con
Feltrinelli, Einaudi e Le Lettere.
PRIMA DELLE
PRIME MACBETH
Martedì 19 marzo, ore 18
Teatro alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Macbeth di Giuseppe Verdi
Nell’incontro "A preferenza delle altre mie opere. Voci dal
Macbeth. Gli ultimi anni di galera (Verdi 1847-1850)" con
ascolti, ne parlerà Daniele Carnini, musicologo, laureato a
Roma con Pierluigi Petrobelli, addottorato a Cremona con Fabrizio Della Seta,
coordinatore editoriale della Fondazione Rossini di
Pesaro.
SUL PALCO DELLA SCALA
DER
FLIEGENDE HOLLÄNDER
Una leggenda
popolare che affonda le radici nel diciassettesimo secolo, un racconto del poeta
romantico Heinrich Heine ispirato alla stessa leggenda, e una burrascosa
traversata nel mare del Nord, nel 1839, protagonista Richard Wagner, assieme
alla moglie Minna e al cane Robber. Sono questi gli ingredienti che portano il
compositore tedesco, attorno al 1840, a scrivere Der fliegende
Holländer. Composta a Parigi, e considerata come il primo dei grandi drammi
wagneriani, L’Olandese Volante debuttò il 2 gennaio 1843 al Teatro
Reale della Corte Sassone di Dresda, sotto la direzione dello stesso Wagner.
Der fliegende Holländer, per la regia di Andreas
Homoki e diretto da Hartmut Haenchen, è in scena alla Scala fino al 15
marzo.
Abbiamo rivolto due
brevi domande al Professor Maurizio Giani, docente di Estetica musicale
all'Università di Bologna, oratore che ne ha parlato approfonditamente durante
il Prima delle prime dedicato all'opera di Richard Wagner lo scorso 22
febbraio.
Come
valuta Die fliegende Holländer nel
corpus della produzione wagneriana?
L'Olandese
volante può essere a buon diritto definito, come più volte si è ripetuto,
l'opera con cui "Wagner trovò se stesso", la prima che rechi i segni
inconfondibili del suo stile compositivo.
La
redenzione è un tema che si ritroverà con diverse connotazioni nelle successive
opere wagneriane...
La redenzione è al
centro dell'intera opera wagneriana: in questo senso l'Olandese
può essere considerato un lavoro "seminale", in cui oltre alla redenzione anche
altri aspetti decisivi della drammaturgia wagneriana trovano una prima
definizione. Il tema della redenzione è in Wagner strettamente intrecciato al
ruolo della musica nella sua arte e nella sua stessa concezione estetica: nel
1857 Wagner definisce la musica "l'arte redentrice per eccellenza", ma questa
frase si chiarisce ulteriormente se si tien conto che qualche anno prima, in
Opera e dramma (1851), il suo più importante trattato teorico, Wagner
aveva inteso la musica tutta come una donna, un'arte essenzialmente femminile,
aggiungendo che l'essenza stessa della donna è l'amore.
La musica-donna può
con il suo amore redimere l'uomo, ovvero il poeta, senza cui il dramma non
potrebbe esistere, ma che da solo non può giungere all'espressione totale dei
sentimenti, poiché, per Wagner, i momenti più alti, nella vicenda drammatica,
non possono essere enunciati verbalmente, ma solo suggeriti allo spettatore nel
silenzio della parola, lasciandone alla musica la realizzazione compiuta
attraverso un "sonoro silenzio".
UN SALUTO A...
WOLFGANG
SAWALLISCH
Gli Amici della
Scala con commozione ricordano il grande direttore bavarese Wolfgang Sawallisch,
grande artista e uomo di spessore.
Conserveremo sempre
con grande affetto il suo ricordo e la ricchezza che ci ha lasciato in eredità
quale musicista e amico.
GLI AMICI DELLA SCALA SUL
WEB
Gli Amici della Scala hanno ampliato e continuano a potenziare e
migliorare la loro presenza su Internet.
È on-line inoltre il sito
degli Amici della Scala, invitiamo tutti a visitarlo: www.amicidellascala.it
Se questa nostra breve pubblicazione ha
suscitato il vostro interesse, se ne condividete i contenuti o se semplicemente
è stata una piacevole lettura, aiutate gli Amici della Scala e la cultura
condividendola con i vostri amici o colleghi…
Milano, 04/03/2013
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ARCHIVIO NEWSLETTER
- febbraio 2013
SPECIALE
NABUCCO
PRIMA DELLE
PRIME NABUCCO
Opera di grande forza, ancorata alla categoria del sublime, il
Nabucco di Verdi fu presentato al Teatro alla Scala il 9 marzo 1842 con
immenso successo. A “Prima delle prime”, nella sua dotta disquisizione dal
titolo "Il terrore e il sublime". Il successo alla Scala (Verdi
1841-1846), Luca Zoppelli, ha ben evidenziato le alte tematiche di
quest’opera, dalle tecniche estremamente raffinate, con passaggi dalle note
dolci al vivo furore. Non è in effetti da sottovalutare il rilievo vocale ed
espressivo che Verdi conferisce ai protagonisti.
Nabucco, per la regia di
Daniele Abbado e diretto da Nicola Luisotti, è in scena alla Scala fino al 20
febbraio.
IL NABUCCO. LA MAGIA DELLE PROVE
Sono state
recentemente pubblicate dal Radiocorriere TV,
settimanale consultabile nel sito ufficiale dell'Ufficio Stampa RAI, le
impressioni di Anna Crespi raccolte in occasione della prova della celebre aria
"Va' pensiero".
IL MIO
NABUCCO
di Anna
Crespi
Il
teatro è buio e vuoto. Sul palcoscenico gli operai lavorano agli ultimi
ritocchi. Sono vestiti di nero; in jeans e maglietta, ma di quell’unico colore.
Ecco, un ulteriore ritocco, e il palcoscenico è perfetto per la prova. Gli
operai escono. Nel golfo mistico dell’orchestra, gli spartiti sono disposti su
ogni leggio: fascicoli tutti uguali, con la medesima rilegatura di colore rosso.
Sono sola, chiusa nell’oscurità del palco e registro le mie emozioni. Si attende
il coro del Nabucco. Nonostante le due grandi luci che illuminano
dall’alto il palcoscenico, la sala resta immersa in un buio profondo. Avverto
dei rumori. Ecco gli artisti, in abiti informali. Distinguo le loro voci. Il
regista collaboratore è una donna minuta, energica; ha un foglio in mano e
segnala le posizioni in scena. Cessano i rumori del chiacchiericcio. Il silenzio
è appena venato dai sussurri dei maestri delle luci. Mi tornano alla mente,
nell’attesa, le regie di una volta, e le scenografie, grandi e splendidi fondali
dipinti, i grandi Benois, Alexandre e Nicola, padre e figlio. Gli Amici della
Scala gli hanno dedicato una mostra, in doppia sede: Scala - Brera. Ricordo il
curioso passeggio da una sede all’altra, e via Verdi “trafficata” dai
visitatori. Ripenso al 7 dicembre del 1966, al Nabucco con scene e
costumi proprio di Nicola Benois, alla bacchetta Gianandrea Gavazzeni. Ecco il
maestro che collabora alla direzione dell’orchestra. Non vedo i musicisti, ma
inizio a sentire la musica. I maestri delle luci al centro della sala non alzano
mai lo sguardo dagli spartiti, o commentano sottovoce tra loro. Dalla scaletta,
che fa da ponte sulla sinistra del palcoscenico, scende velocemente il direttore
delle luci. Sono iniziate le prove di scena. Tutti gli artisti si avvicinano.
Prendono posizione in base al ruolo. In prima fila tre bambini: sono abbracciati
con dolorosa tenerezza da tre donne del coro. Entra Bruno Casoni, il grande
direttore del coro. Le mani dietro la schiena, a-scolta senza dirigere. Mi
giunge il magnifico canto e suono del coro del Nabucco: Va’ pensiero sull’ali
dorate… Ascolto e sono oltre il teatro, sono musica, fuori dal tempo e dallo
spazio. Al termine si leva un applauso solitario: è il consenso per l’acustica
di un tecnico seduto appositamente in platea. Il palcoscenico si svuota in
silenzio. Si accendono le luci del teatro. Entrano due uomini delle pulizie.
Agiscono con competenza. Mi sorprendo a pensare che persino il loro lavoro è in
armonia con l’evento al quale ho assistito. Un tempo i protagonisti erano la
musica e i cantanti. Ma la regia ha avuto un ruolo sempre crescente, fino ad
oggi, diventata co-protagonista. Ripenso a Visconti, il primo a portare uno
specchio in scena; ai grandi scenografi, ai vari passaggi storici quando
prendeva forma l’astrazione tra regia e musica, fino a diventare una perfetta
miscela. Un assaggio di ciò che sarebbe diventata: un grande spettacolo nello
spettacolo lirico, determinando con esattezza una sintonia perfetta, in termini
di tempo e di movimento, tra palcoscenico, luci, musica e ambiente. “Tutto si
fonde in un unico incanto”, pensavo, lasciando il mio palco.
IL NABUCCO DI DANIELE ABBADO
A
pochi giorni dalla Prima, abbiamo dialogato con Daniele
Abbado, regista di questo nuovo allestimento scaligero del
Nabucco, in coproduzione con Londra, Chicago e Barcellona, al quale
abbiamo fatto qualche domanda sulla sua visione dell'opera.
Come ha progettato la regia di Nabucco, opera concepita
come successione di quadri, e considerata anche da illustri musicologi come
statico affresco corale?
Ma
posso aggiungere una risposta specifica: il pensiero secondo cui
Nabucco sia un "affresco" piuttosto statico ha marcato il senso comune
per decenni.
Anch'io sono ovviamente partito da questo pensiero. Ma poi viene
da chiedersi - e oggi più che mai - come faccia ad essere "statico" un testo
teatrale che dall'inizio alla fine parla di Libertà? E di violenza, paura,
eccetera? È scritto in modo "statico"? Questo non lo credo.
In
realtà credo si tratti di un'opera giovanile, molto particolare, ma animata da
uno spirito tutt'altro che "statico". Al contrario!!!
Si
tratta quindi di comprenderne lo specifico linguistico, che é davvero
particolare. In ogni caso, se si parla di "quadri" sono ben più che quattro.
Sarebbero e sono molti di più. E nella realizzazione verrà curato molto anche
questo aspetto.
Lei certamente è stato uno dei primi registi ad adottare nella
lirica il video come elemento espressivo, instaurando una collaborazione di
lunga data con Luca Scarzella.
Quale
significato, quale ruolo intende ora attribuire in Nabucco
all’intervento video di Scarzella?
In
questa realizzazione l'utilizzo delle proiezioni ha un ruolo molto importante,
in quanto assume un compito legato sia alla narrazione che allo spazio
scenico.
È una amplificazione di alcune azioni del palcoscenico, come se
intervenisse in diretta.
È un doppio piano temporale che somma azioni e
situazioni diverse a quelle del palcoscenico, a volte in modo drastico, a
introdurre elementi legati alla memoria di quanto si sta narrando. A volte
interviene ad amplificare lo spazio, quasi ad uscirne. Infine ha il compito
fondamentale di trasfigurare quanto sta succedendo.
La presenza del video in
questo Nabucco é nata da un pensiero organico a tutta la progettazione.
Ma é difficile precisare troppo adesso in quanto abbiamo ancora, e avremo
fino all'ultimo, diverse possibilità di decisione e quindi di
editing.
IN ARRIVO...
In occasione della
visita in sede degli Amici della Scala di Daniele
Abbado e del video-artista Luca
Scarzella, abbiamo realizzato una video
intervista molto interessante, in cui si spazia dalla visione del
regista dell'opera Nabucco, all'uso dei video, sino alla loro funzione
in un opera di questo genere.
Tra
pochi giorni sarà disponibile online nel nostro canale
YouTube e nel nostro Blog.
IL PENSIERO
PRINCIPE
Il Professor Quirino Principe ha
fatto un regalo agli Amici della Scala: un tagliente scritto sulla contesa
Verdi-Wagner di cui troppo e spesso a sproposito si è discusso, e si continua a
discutere, in occasione della celebrazione del doppio bicentenario.
Di seguito l'incipit; per
continuare nell'affascinante lettura basta cliccare il link che segue
l'estratto.
VERDI
VERSUS WAGNER: ALLA PARI?
di Quirino Principe
Quando si accende una contesa, è
buona regola supporre che in entrambi i contendenti esista una parte di ragione
e una parte di torto. Non sempre. Un’ingombrante eccezione è stata la
controversia nata al principio del dicembre 2012, in coincidenza con l’apertura
di stagione del Teatro alla Scala. Oramai anche i bulli di borgata e i ministri
del regno di Tingutania sanno che il 2013 è l’anno commemorante il due volte
doppio centenario: i duecento anni dalla nascita di Giuseppe Verdi e, insieme,
di Richard Wagner. Tralasciamo lo squallore miserabile e idiota delle
graduatorie e delle classifiche sportive: se Verdi sia il più grande musicista
italiano o soltanto il maggiore autore del teatro d’opera, oppure il maggiore
operista d’Occidente, o almeno il più frequentemente eseguito (queste due ultime
scale axiologiche non si implicano vicendevolmente!), e se Wagner sia soltanto
il maggiore autore tedesco di musica per il teatro, oppure il maggior musicista
tedesco “tout court”, oppure… per favore, dov’è il pedale del freno? Sì,
tralasciamo, e affermiamo un’unica certezza: la straordinaria occasione del
doppio duecentesimo compleanno si rinnoverà esattamente tra un secolo, quando
probabilmente in Italia tutti i teatri d’opera (Scala compresa) saranno chiusi,
o commissariati “sine die”, o diroccati dall’invasione barbarica imminente, o
trasformati in moschee, e ciò che io chiamo “musica forte” (e altri,
erroneamente, “musica classica”) sarà vietato dal Corano di Stato d’accordo con
l’astutissima CEI oppure obsoleto e completamente dimenticato dalle future
generazioni. Ulteriore certezza: dinanzi alla presente e preziosa occasione, era
comunque non lecito... (per continuare la lettura cliccare
qui)
GLI AMICI DELLA SCALA
PRESENTANO
PRIMA DELLE
PRIME DER FLIEGENDE HOLLÄNDER
Venerdì 22 febbraio, ore 18
Teatro alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti:
Der Fliegende
Holländer di Richard
Wagner
Ne parlerà Maurizio Giani, con ascolti, nell’incontro dal
titolo:
"Nascita della redenzione"
PRIMA DELLE
PRIME BALLETTO NOTRE-DAME DE PARIS
Mercoledì 6 febbraio, ore 17
Teatro alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti:
Notre-Dame de Paris
di Roland Petit
Ne parlerà Patrizia Veroli, con video, nell’incontro dal
titolo:
"L'esprit de finesse di Roland Petit per un fosco dramma
romantico"
SUL PALCO DELLA SCALA
FALSTAFF
Mancava a Verdi il
grande successo con l'opera comica e il 9 febbraio 1893, il Maestro ormai
ottantenne, presenta alla Scala Falstaff, su un libretto di Arrigo
Boito tratto da due piéces di Shakespeare. A "Prima delle prime" Livio Aragona,
nell'incontro "Il sorridente riscatto. Il ritorno alla Scala e la vecchiaia
(Verdi, 1881-1901)", con ascolti e video, lo scorso 7 gennaio, ha finemente
analizzato quest'opera dalle grandi innovazioni, assai amata da alcuni musicisti
del '900 quali Britten, che è anche riflessione sul tema dell'autunno dell'uomo
e sul suo disincanto.
Falstaff, per la regia di Robert
Carsen e diretto da Daniel Harding, è in scena alla Scala fino al 12
febbraio.
LE NOSTRE
NOTIZIE
MILANO E VERDI AGLI AMICI DELLA
SCALA
Nell'ambito delle
celebrazioni del bicentenario verdiano, gli Amici della Scala hanno ospitato
nella loro sede, lo scorso 24 gennaio, la presentazione del volume di Giancarla
Moscatelli, A Milano con Verdi, "una guida "turistico-musicale" alla
scoperta della Milano di Verdi e di Verdi a Milano".
L'autrice, assieme alla giornalista Arabella Biscàro, ha dato vita a una
serata dai momenti molto intensi, a una "situazione", come è stata definita nel
post-incontro. Una situazione molto intima e apprezzata dai numerosi presenti,
soci e amici, che hanno potuto ascoltare con interesse e curiosità racconti e
aneddoti sulla Milano verdiana dalla viva voce dell'autrice. I racconti erano
intervallati da veri e propri reading da parte della giornalista,
accompagnata da interventi musicali al pianoforte dalla stessa Moscatelli, che
oltre a essere un’autrice, è anche rinomata pianista e
organista.
I NOSTRI AMICI
PRETTY
YENDE
La "nostra" Pretty
Yende, è stata presentata ufficialmente al pubblico dagli Amici della Scala
appena uscita dall’Accademia della Scala, nel 2010, per festeggiare il libro
Napoleone alla Scala.
È tornata con amicizia a esibirsi per gli
Amici della Scala lo scorso 20 novembre, quando, ormai cantante affermata e di
fama, ha incantato il pubblico presente nel ridotto dei palchi "A. Toscanini"
durante la presentazione dei nostri nuovi volumi, Giuseppe Palanti. Belle
Époque in teatro e le 4 monografie (dedicate a Appia, Bilinsky, Bussotti,
Sironi).
Il
pubblico degli Amici della Scala l’ha riascoltata con emozione entusiastica e il
successo è stato grande. Richiamata a gran voce ha concesso due bis,
accompagnata al pianoforte dal M° James Vaughn. Nello stesso periodo era reduce
da un’importante prestazione nella storica edizione della Bohème di
Zeffirelli sul palco della Scala.
Con
enorme soddisfazione degli Amici della Scala, ha debuttato lo scorso 17 gennaio
al Metropolitan di New York, nella “vivace, colorata e originale produzione
firmata da Bartlett Sher” (“New York Times”) de Le Comte Ory di
Rossini, nel ruolo della Contessa Adèle, in un cast di primordine: Juan Diego
Florez, Karin Deshayes e Nathan Gunn.
Gli Amici della Scala si congratulano con il giovane soprano
sudafricano, augurandole una sempre più brillante carriera, e che possa
raggiungere ambiziosi traguardi.
UN SALUTO A...
Ilse
Bickler geb. Wiegank
18.05.1931 – 08.12.2013
Ho perso la mia meravigliosa
moglie.
Sabrine e Susi la loro indimenticabile ed adorata mamma.
Hans
Bickler
Gli Amici della Scala ricordano
con tenerezza la sua disponibilità, generosità, sensibile creatività; rivediamo
la nostra Ilse accanto all’albero di Natale che ogni anno regalava agli Amici
della Scala e che Lei stessa addobbava con raffinatezza.
Ilse è ancora con noi e noi tutti
non smetteremo mai di amarla.
GLI AMICI DELLA SCALA SUL
WEB
Gli Amici della Scala hanno ampliato e continuano a potenziare e
migliorare la loro presenza su Internet.
È on-line inoltre il sito
degli Amici della Scala, invitiamo tutti a visitarlo: www.amicidellascala.it
Se questa nostra breve pubblicazione ha
suscitato il vostro interesse, se ne condividete i contenuti o se semplicemente
è stata una piacevole lettura, aiutate gli Amici della Scala e la cultura
condividendola con i vostri amici o colleghi…
Milano, 04/02/2013
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ARCHIVIO NEWSLETTER
- gennaio 2013
A
Milano, città diventata più povera, avvengono dei mutamenti.
Un
giovane che ha perso l’azienda e il lavoro, presa la bicicletta, sta facendo il
giro del mondo.
Le
persone frequentano con più partecipazione i centri culturali, i musei e le
cattedrali.
Sbocciano nuove ricchezze interiori.
Sognano. Tutti sognano anche quelli che
non ricordano come si fa a sognare.
Anna
Crespi
LE NOSTRE NOTIZIE
AUGURI DI
NATALE, IN MUSICA E POESIA, PER GLI AMICI DELLA SCALA
Lo scorso 29
novembre, nella nostra sede, gli Amici della Scala si sono scambiati gli auguri
di Natale. Con i nostri Soci ci siamo ritrovati per il consueto e atteso
appuntamento di fine anno.
Simona Marchesi,
milanese, nata da una famiglia di musicisti, madre di tre giovani di talento,
arpista, e l'americana Caroline Goodwin, eccellente soprano, hanno dato vita a
un concerto unico, protagonisti arpa e voce. Per quasi un'ora e due bis, le
artiste si sono esibite in un repertorio che ha spaziato dalle arie celebri (da
Tosca, Norma...), a brani più natalizi, fino a strumentali per
arpa.
Per rivivere quei
momenti, potete entrare nel nostro blog, dove abbiamo inserito alcuni video della
serata.
LE NOSTRE
PUBBLICAZIONI
Sono numerose
le testate cartacee e online che hanno scritto dei nostri libri presentati lo scorso 20 novembre nel
Ridotto dei palchi "A. Toscanini" al Teatro alla Scala. Di seguito alcuni
articoli che hanno parlato di noi.
GLI AMICI DELLA SCALA
PRESENTANO
PRIMA DELLE
PRIME NABUCCO
Mercoledì 16 gennaio, ore 18
Teatro
alla Scala - Ridotto dei palchi "A. Toscanini"
Ingresso libero fino a esaurimento posti:
Nabucco di Giuseppe Verdi
Ne parlerà Luca Zoppelli, con ascolti, nell’incontro dal titolo:
"Il
terrore e il sublime. Il successo alla Scala (Verdi,
1841-1846)"
PRIMA DELLE
PRIME FALSTAFF
Mancava a Verdi il
grande successo con l'opera comica e il 9 febbraio 1893, il Maestro ormai
ottantenne, presenta alla Scala Falstaff, su un libretto di Arrigo
Boito tratto da due piéces di Shakespeare. A "Prima delle prime" Livio Aragona,
nell'incontro "Il sorridente riscatto. Il ritorno alla Scala e la vecchiaia
(Verdi, 1881-1901)", con ascolti e video, lo scorso 7 gennaio, ha finemente
analizzato quest'opera dalle grandi innovazioni, assai amata da alcuni musicisti
del '900 quali Britten, che è anche riflessione sul tema dell'autunno dell'uomo
e sul suo disincanto.
Falstaff, per la splendida regia di Robert Carsen
e diretto da Daniel Harding, è in scena alla Scala fino al 12
febbraio.
UN SALUTO
A...
GIOVANNA
BEMPORAD
Certe
emozioni regalano l’immortalità. Con la sua morte per noi non si è
spenta.
Agli
Amici della Scala ha regalato quattro splendide serate, tra cui una memorabile
alla Società del Giardino, nel 1998, quando ha proposto con la sua travolgente
recitazione i canti di Leopardi; senza dimenticare la serata al teatro
Filodrammatici, nel 2005, con la lettura di una nuova edizione del suo
capolavoro, il lavoro di una vita alla ricerca della parola perfetta: la
traduzione dell'Odissea.
Maga e
virtuosa dell'endecasillabo, ci ha regalato immortali versioni in lingua
italiana di classici, da Goethe, a Virgilio, a Novalis, collaborando con
Pasolini, fino alla sua ultima fatica: la traduzione del Cantico dei
cantici.
GLI AMICI DELLA SCALA
CONSIGLIANO
PICCOLO
TEATRO
IL PANICO
SECONDO LUCA RONCONI
Dal 15
gennaio al 10 febbraio
Debutta
questa sera, 15 gennaio, al Piccolo Teatro Strehler, la nuova regia di Luca
Ronconi: Il panico.
Dopo
La modestia, il geniale regista porta in scena un altro dei sette vizi
capitali "ripensati" in chiave contemporanea da Rafael Spregelburd.
Dopo un
2012 che ha visto segnare dei record di presenze al Piccolo Teatro, nonostante
la profonda crisi, non solo economica, che continua a colpire il mondo della
cultura e dell'arte, il 2013 accoglie il regista con questa nuova
produzione.
Durante la
presentazione, con il direttore Sergio Escobar, Ronconi oltre a rimarcare
l'eccezionalità del cast, "il migliore possibile", composto da 16 attori di cui
13 donne, ha svelato molto poco sulla reale e personale messa in scena della
nuova produzione, ma ha regalato importanti indizi, citando tre battute e
concludendo con una che è anche folgorante riflessione: “Qual è il senso di
tutto? La chiave di tutto è nel Libro dei Morti?”.
Ad
accompagnare lo spettacolo, che sarà in scena fino al 10 febbraio, molti
interessanti eventi che soddisferanno la curiosità e la voglia di approfondire
degli spettatori.
In programma anche un incontro pubblico, giovedì 24
gennaio, tra Luca Ronconi e l'autore, il drammaturgo argentino Rafael
Spregelburd.
Museo Teatrale della Scala
RUDOLF
NUREYEV, IL POETA DELLA DANZA
Fino al 31
gennaio
È con particolare
commozione che Milano e la Scala ricordano in questi giorni Rudolf Nureyev, il
grande ballerino che il 6 gennaio 1993 scompariva prematuramente, all’età di 54
anni.
Una mostra al Museo Teatrale, aperta fino al 31 gennaio, ripropone il
film “Nureyev alla Scala” di Claudio e Dino Risi, oltre a costumi, locandine e
film. Una splendida galleria di toccanti fotografie in bianco e nero, tratte
dall’Archivio della Scala, è inoltre visibile sul sito del Teatro.
GLI AMICI DELLA SCALA SUL
WEB
Gli Amici della Scala hanno ampliato e continuano a potenziare e
migliorare la loro presenza su Internet.
È on-line inoltre il sito degli
Amici della Scala, invitiamo tutti a visitarlo: www.amicidellascala.it
Se questa nostra breve pubblicazione ha
suscitato il vostro interesse, se ne condividete i contenuti o se semplicemente
è stata una piacevole lettura, aiutate gli Amici della Scala e la cultura
condividendola con i vostri amici o colleghi…
Milano, 15/01/2013